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Mondoreale > Blog > Cultura & Eventi > ROMA | Caterina Gramaglia: «Il teatro è uno strumento di conoscenza, espressione e relazione»
Cultura & Eventi

ROMA | Caterina Gramaglia: «Il teatro è uno strumento di conoscenza, espressione e relazione»

Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre 2026 19:27
Redazione Pubblicato 26 Ottobre 2026
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Il teatro come spazio di ricerca, ascolto e consapevolezza, capace di indagare le fragilità dell’animo umano e di aprire nuove prospettive sul mondo che ci circonda. È lungo questo filo che si sviluppa il percorso artistico e umano di Caterina Gramaglia, attrice e insegnante, una strada che continua a intrecciare la pratica della scena, il lavoro sul grande schermo e la passione per la formazione e la crescita delle nuove generazioni.

Contents
Il teatro, il dolore e la responsabilità dell’arteLa Scuola del Teatro Testaccio e il valore della formazioneAscoltare le fragilità e scoprire la propria voce

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Dal ritorno al palcoscenico con Alice, testo scritto e diretto da Alessandra Schiavoni, in cui affronta le contraddizioni dei legami familiari e il peso del dolore, fino alla nuova avventura della Scuola del Teatro Testaccio, intrapresa insieme a Felice Della Corte, il suo sguardo si concentra sul valore dell’arte come strumento di conoscenza, relazione e cambiamento.

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In questa intervista, Caterina racconta il significato di un mestiere che richiede sensibilità, disciplina e continua disponibilità a mettersi in discussione, riflettendo sul potere del teatro di interrogare le coscienze, accogliere le fragilità e restituire a ciascuno la possibilità di scoprire la propria voce.

Il teatro, il dolore e la responsabilità dell’arte

Caterina, il teatro torna a essere protagonista del tuo percorso artistico con Alice, il testo scritto e diretto da Alessandra Schiavoni. Che cosa ti ha colpito di questa storia al primo incontro?

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Quello che mi ha colpito immediatamente è stata la complessità dei rapporti umani, l’incapacità di comunicare quando il dolore prende il sopravvento e il confine sottilissimo tra ciò che crediamo di sapere e ciò che realmente conosciamo. Alessandra Schiavoni ha scritto un testo che non offre risposte facili, ma ci porta continuamente a interrogarci. Una drammaturgia costruita con grande sensibilità e precisione, nella quale ogni personaggio porta con sé una propria verità, le proprie contraddizioni e fragilità. In Alice, spettacolo prodotto da Sycamore T Company di Cinzia Storari, interpreto Marta, la madre di un ragazzo accusato dell’omicidio di una giovane donna. È una donna che si trova a difendere suo figlio, ma anche a confrontarsi con interrogativi profondissimi, con la paura e con la possibilità che le proprie certezze possano crollare. In scena, insieme ad Alessandra, ci sono due giovani e bravi interpreti: Angelica Accarino nel ruolo di Alice e Lorenzo Castelli nel ruolo di Alex.

Quanto può essere potente il teatro quando sceglie di raccontare il dolore senza filtri, trasformandolo in uno strumento di consapevolezza collettiva?

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Credo che il teatro abbia una forza straordinaria proprio perché è un’esperienza viva, un rito collettivo in cui attori e spettatori condividono lo stesso spazio, lo stesso tempo e, in qualche modo, lo stesso respiro. Tutto accade nel qui e ora. Raccontare il dolore richiede una grande responsabilità. Non significa necessariamente mostrarlo, ma trovare il modo di attraversarlo senza spettacolarizzarlo. Se uno spettatore esce dalla sala portando con sé anche solo una domanda, un dubbio, una consapevolezza nuova, credo che il teatro abbia già compiuto qualcosa di importante.

Quale responsabilità hanno l’arte e la cultura nel promuovere un cambiamento profondo nella società?

L’arte non può essere indifferente. È anche testimonianza di un periodo storico, di un pensiero, di un modo di vivere e di guardare il mondo. Deve aiutarci a interrogarci, a mettere in discussione le nostre certezze, a sviluppare uno sguardo critico sulla realtà. Non penso che l’arte debba necessariamente fornire risposte, ma credo che abbia la responsabilità di porre domande, anche scomode. L’arte e la cultura possono educare all’ascolto, alla sensibilità, alla capacità di riconoscere l’altro come essere umano, anche quando è profondamente diverso da noi.

La Scuola del Teatro Testaccio e il valore della formazione

Da poco hai preso la direzione insieme a Felice Della Corte della nascente realtà della Scuola del Teatro Testaccio. A chi si rivolge la scuola? Ai professionisti o anche a chi per la prima volta si vuole misurare con l’esperienza del teatro?

La Scuola del Teatro Testaccio è un’anima in costruzione. Era metà luglio quando Felice Della Corte, un uomo di teatro che stimo profondamente per la sua passione, competenza e dedizione, mi ha chiamata per propormi questa nuova avventura. Felice ha avuto il coraggio di investire nella ristrutturazione del Teatro Testaccio, dando nuova vita a uno spazio culturale. Porta con sé anche l’esperienza della Scuola del Teatro Marconi, egregiamente diretta da Tiziana Sensi, dove anch’io sono docente. Il desiderio è quello di creare un luogo di formazione, ricerca e incontro, aperto a chiunque voglia avvicinarsi al teatro. Insieme a Giulia Bornacin e Silvia Falabella, due meravigliose docenti, stiamo dando forma al percorso didattico della scuola, mettendo in dialogo le nostre differenti esperienze artistiche e formative. La scuola si rivolge a bambini, ragazzi, adolescenti e adulti, sia a chi si avvicina al teatro per la prima volta sia a chi ha già maturato un’esperienza teatrale. Credo profondamente che il teatro non appartenga soltanto agli attori. Il teatro è uno straordinario strumento di conoscenza, espressione e relazione.

La formazione di un attore è un percorso che richiede tecnica, disciplina, ascolto e una profonda conoscenza di sé. Nel tuo ruolo di insegnante, da dove parti per accompagnare un allievo alla scoperta delle proprie capacità espressive? Quali sono i primi strumenti che gli fornisci per aiutarlo a costruire un rapporto autentico con il personaggio?

Parto sempre dall’ascolto e dall’osservazione. Prima ancora di lavorare sul personaggio, mi interessa incontrare la persona che ho davanti. Il corpo, il respiro, la voce, la capacità di stare nel presente e di entrare realmente in relazione con l’altro sono strumenti fondamentali. La mia formazione è stata attraversata da esperienze e linguaggi differenti, dal lavoro fisico di Jacques Lecoq fino alla ricerca più interiore legata a Strasberg. L’incontro con Elizabeth Kemp è stato determinante nella mia crescita artistica e umana. Cerco di trasmettere ai miei allievi soprattutto il valore della verità scenica, della credibilità. Mi interessa che un attore sia realmente presente, che ascolti ciò che accade e che impari a vivere autenticamente una situazione immaginaria. Prima di costruire un personaggio bisogna imparare a osservare, immaginare, ascoltare e, soprattutto, lasciarsi sorprendere.

Ci sono esercizi o pratiche che consideri fondamentali nel tuo percorso didattico?

Sì, attribuisco molta importanza al metodo di Lee Strasberg, al lavoro sensoriale, al rilassamento, alla consapevolezza corporea, agli esercizi di ascolto e relazione, al lavoro sui quadri e sulle emissioni. Utilizzo esercizi apparentemente semplici, come l’osservazione di un oggetto, la memoria sensoriale, il rapporto con lo spazio e le improvvisazioni. Lavoro anche sulla costruzione del personaggio attraverso il corpo, il movimento, l’osservazione degli animali e la trasformazione delle proprie paure in materiale creativo.

Ascoltare le fragilità e scoprire la propria voce

Ogni attore ha una sensibilità, un vissuto e tempi di apprendimento differenti. Come riesci a individuare le caratteristiche di ciascun allievo e a guidarlo senza condizionare la sua unicità?

Credo che questa sia una delle responsabilità più delicate dell’insegnamento. Ogni persona arriva con una storia, con delle difese, con capacità espressive che spesso non sa nemmeno di possedere. Il mio compito non è modellare gli allievi secondo una mia idea di attore, ma aiutarli a riconoscere e sviluppare ciò che appartiene loro. Per questo osservo molto, ascolto e cerco di comprendere quali strumenti possano essere utili a ciascuno. Non esiste un tempo uguale per tutti, così come non esiste un unico modo di arrivare a una scoperta. Uno dei momenti più belli dell’insegnamento è vedere lo stupore negli occhi di un allievo quando scopre di essere capace di fare qualcosa che non avrebbe mai immaginato.

Quanto è importante, nell’insegnamento, imparare a riconoscere e superare le proprie resistenze e le proprie paure?

È fondamentale, ma credo che le paure non debbano essere combattute o forzate. Prima di tutto devono essere riconosciute, ascoltate e comprese. Spesso ciò che ci impedisce di esprimerci è il giudizio, soprattutto quello che rivolgiamo a noi stessi. Il teatro può diventare uno spazio protetto nel quale sperimentare, sbagliare, esporsi senza sentirsi continuamente valutati. A volte un piccolo gesto di libertà sulla scena rappresenta una conquista enorme anche nella vita.

In che modo il confronto con le nuove generazioni rinnova il tuo sguardo sul teatro e sul mestiere dell’attore?

Insegnare significa continuare a imparare. Le nuove generazioni hanno linguaggi e modi di percepire la realtà differenti dai nostri. Mi interessa la loro immaginazione, la loro capacità di sorprendere e anche la fragilità che spesso si nasconde dietro un’apparente sicurezza. Il confronto con loro mi porta a rimettere continuamente in discussione le mie certezze, a cercare nuove strade e a non considerare mai concluso il mio percorso di ricerca.

Elisa Fantinel

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