Il Consiglio dei Ministri si riunisce in seduta straordinaria, approva un decreto d’urgenza, i ministri si affacciano in conferenza stampa con le cifre in mano, e Giorgia Meloni ringrazia chi «ha scelto il confronto». Nel frattempo, al Sud i tir restano fermi, i pescherecci non escono dai porti, i mercati sono vuoti e il gasolio in autostrada ha toccato 2,3 euro al litro.
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Il decreto approvato oggi prevede crediti d’imposta per coprire il caro gasolio da marzo ad agosto, 106 milioni aggiuntivi ai 434 già stanziati per settembre-ottobre, la possibilità di sospendere i leasing per sette mesi, il cosiddetto “metodo spagnolo” per spalmare il costo del carburante sui committenti, e 60 milioni per il gasolio agricolo con uno sconto fino a 45 centesimi al litro. Misure reali, che qualcuno aspettava da mesi. Il viceministro Rixi spiega che «da marzo ad agosto abbiamo messo 480 milioni». Il problema è che quei mesi sono già passati.
È questo il punto che il decreto non affronta, e che nessuno in conferenza stampa ha avuto interesse a sollevare: il costo del carburante non è un’emergenza nata ieri: è una crisi strutturale che si trascina almeno dal conflitto in Medio Oriente, che ha fatto schizzare il prezzo del greggio oltre i cento dollari al barile. Gli autotrasportatori italiani, e con loro agricoltori e pescatori, sono esposti a un mercato energetico internazionale su cui il governo italiano non ha alcuna leva diretta. Ogni decreto, per quanto generoso nei numeri, non fa che tamponare un’emorragia con garze che si saturano prima ancora di essere applicate.
Il meccanismo del credito d’imposta, poi, richiede liquidità immediata che le imprese spesso non hanno. Rixi ammette che «chi lavora non può restare fermo ad aspettare la burocrazia» e che «i controlli si faranno dopo». Una frase che dice tutto sull’approccio emergenziale: prima si paga, poi si verifica. Un sistema che funziona male in un Paese in cui le pratiche rimangono aperte per anni e i controlli retroattivi raramente producono recuperi efficaci.
Nel frattempo Meloni avverte che sui blocchi stradali «useremo tutti gli strumenti che la legge ci offre, comprese le norme del decreto sicurezza». Il ministro Nordio aggiunge che è «altamente probabile» l’infiltrazione della criminalità organizzata nelle proteste. Una lettura comoda, che sposta il focus dal contenuto della protesta alla forma che quella protesta ha assunto in alcune aree. Come se il problema fosse chi blocca le strade, e non perché lo fa.
Quello che il governo non dice è che la dipendenza dell’Italia dal gasolio per il trasporto su gomma è essa stessa il problema di fondo. Una rete logistica costruita interamente su un vettore soggetto alle oscillazioni di un mercato globale, senza investimenti strutturali sul ferro, sulla multimodalità, sulla transizione energetica del settore. Ogni crisi del carburante torna a fare i conti con questo ritardo ventennale. E ogni volta si risponde con un decreto.




