C’è qualcosa di teatrale, quasi volutamente grottesco, nell’ultima mossa politica di Nigel Farage. A luglio si era dimesso dal suo seggio di Clacton con un obiettivo preciso: vincere di nuovo le elezioni suppletive e dimostrare che l’opinione pubblica era dalla sua parte, trasformando il voto in uno scontro tra il popolo e l’establishment. La scommessa gli è riuscita, ma il prezzo da pagare non è ancora del tutto chiaro.
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Farage ha ottenuto 22.239 voti, pari al 62,82% dei consensi, battendo il suo principale avversario, il candidato satirico Count Binface — al secolo Jonathan David Harvey, celebre per presentarsi ai seggi con un bidone della spazzatura in testa — che ha raccolto 9.455 preferenze. Trentaquattro candidati in lista, nessun partito tradizionale presente: laburisti, conservatori e liberaldemocratici avevano deciso di boicottare il voto, definendolo una trovata pubblicitaria. Il risultato, paradossalmente, ha finito per dare ragione a Farage: senza avversari credibili, il voto è diventato esattamente il plebiscito personale che lui cercava.
La storia della suppletiva comincia con una decisione politicamente insolita. L’8 luglio Farage si era dimesso dopo che si erano intensificate le domande su una donazione da 5 milioni di sterline ricevuta dal miliardario delle criptovalute Christopher Harborne, segnalata alla National Crime Agency da alcuni banchieri preoccupati per la possibile provenienza del denaro. Farage ha sempre respinto le accuse sostenendo di non aver avuto motivo di dubitare dell’origine dei fondi.
La vittoria non ha però chiuso il capitolo: subito dopo la rielezione è stata riaperta l’inchiesta parlamentare sulla donazione non dichiarata. Per i laburisti, Farage non dovrebbe festeggiare ma svegliarsi e affrontare la realtà: le elezioni suppletive indette per distrarre l’attenzione dimostrano solo che probabilmente ha molto altro da nascondere. Nel frattempo Count Binface, con la sua ironia affilata, ha rivendicato di essere stato il vero candidato vincitore tra quelli effettivamente presenti. Una battuta che, in fondo, dice più di mille analisi politiche su cosa sia diventata la democrazia britannica nell’era del populismo spettacolo.


