Luiz Inácio Lula da Silva scrive un’altra pagina della storia politica brasiliana. A quasi 81 anni, il presidente uscente conquista il suo quarto mandato alla guida del Paese, superando al ballottaggio Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, al termine di una delle competizioni elettorali più combattute degli ultimi decenni. Una vittoria che sembrava tutt’altro che scontata e che assume un significato politico destinato ad andare ben oltre i confini del Brasile.
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I risultati ufficiali del Tribunale Superiore Elettorale assegnano a Lula il 51,79% dei voti, pari a oltre 64,2 milioni di preferenze, contro il 48,21% ottenuto da Bolsonaro, fermatosi a circa 59,8 milioni. Uno scarto di oltre 4,4 milioni di voti che ribalta gli equilibri emersi al primo turno, quando era stato proprio il candidato della destra a ottenere il maggior numero di consensi.
È la prima volta, dalla fine della dittatura militare e dal ritorno delle elezioni presidenziali dirette, che un candidato arrivato secondo al primo turno riesce a conquistare la presidenza al ballottaggio. Un risultato che conferma la straordinaria capacità di mobilitazione di Lula, protagonista della politica brasiliana da oltre quarant’anni e ancora capace di ribaltare i pronostici.
La rimonta e il peso della partecipazione
La svolta è maturata nelle tre settimane che hanno separato i due turni elettorali. Dopo la sconfitta iniziale, Lula ha intensificato la campagna elettorale, puntando sulla mobilitazione popolare, sui movimenti sociali e su una presenza più incisiva nelle piattaforme digitali.
Determinante è stato anche il ritorno alle urne di una parte degli elettori che aveva disertato il primo appuntamento. L’astensione è scesa dal 21,08% del primo turno a circa il 19,2% del ballottaggio, un dato significativo in una competizione nella quale ogni voto poteva risultare decisivo.
Nelle piazze di San Paolo e Rio de Janeiro, migliaia di sostenitori hanno festeggiato la vittoria indossando il rosso del Partito dei Lavoratori. Lula ha ringraziato gli elettori, attribuendo alla partecipazione democratica il merito di aver reso possibile una rimonta che, soltanto poche settimane prima, appariva improbabile.
Bolsonaro contesta il voto e chiede l’annullamento
La vittoria del presidente uscente non ha però chiuso lo scontro politico. Flávio Bolsonaro ha annunciato di non riconoscere il risultato e di voler chiedere l’annullamento delle elezioni, contestando la decisione della giustizia elettorale di prolungare di due ore le operazioni di voto in alcune aree del Paese.
Il provvedimento era stato adottato dopo le segnalazioni di difficoltà negli spostamenti degli elettori, legate ai problemi del trasporto pubblico e alle condizioni meteorologiche. Entrambi gli schieramenti avevano sollecitato interventi per consentire ai cittadini di raggiungere i seggi, ma Bolsonaro ha successivamente contestato le modalità della proroga.
La proclamazione del risultato da parte delle autorità elettorali non ha quindi impedito l’apertura di una nuova fase di tensione. La richiesta di annullamento, tuttavia, non equivale a una invalidazione del voto e dovrà eventualmente essere valutata nelle sedi competenti.
Sul confronto pesa inevitabilmente anche l’eredità politica di Jair Bolsonaro, sconfitto da Lula nel 2022 e successivamente condannato per il tentativo di sovvertire l’ordine democratico. Il figlio Flávio ha raccolto una parte consistente del suo elettorato, dimostrando che il movimento conservatore continua a rappresentare una forza determinante nella società brasiliana.
Una vittoria che cambia gli equilibri internazionali
Il risultato assume un significato particolare anche sul piano internazionale. Mentre diversi Paesi dell’America Latina hanno recentemente scelto governi conservatori, il Brasile conferma alla presidenza uno dei principali esponenti della sinistra mondiale.
La sconfitta di Flávio Bolsonaro rappresenta inoltre una battuta d’arresto per le forze politiche latinoamericane vicine al presidente statunitense Donald Trump. Lula ha costruito una parte importante della propria identità internazionale sulla difesa dell’autonomia brasiliana, sul multilateralismo e sulla volontà di mantenere rapporti economici e diplomatici con interlocutori differenti.
Il nuovo mandato potrebbe dunque confermare una politica estera orientata a rafforzare il ruolo del Brasile tra le grandi economie emergenti, senza rinunciare al confronto con Washington. Restano centrali anche le politiche ambientali, a cominciare dalla tutela dell’Amazzonia, e gli interventi sociali rivolti alle fasce più vulnerabili della popolazione.
La sfida più difficile comincia adesso
Se la vittoria elettorale rappresenta un successo personale straordinario, governare potrebbe rivelarsi molto più complicato. Lula dovrà confrontarsi con un Congresso nel quale le forze conservatrici dispongono di una presenza particolarmente consistente, circostanza che potrebbe rendere difficile l’approvazione delle riforme.
Sul tavolo ci sono questioni decisive: il costo della vita, la sicurezza pubblica, l’indebitamento delle famiglie, la sostenibilità dei conti dello Stato e la necessità di conciliare crescita economica e redistribuzione della ricchezza.
La campagna elettorale ha mostrato un Brasile attraversato da divisioni profonde, non soltanto ideologiche ma anche sociali e territoriali. Quasi 60 milioni di cittadini hanno scelto Bolsonaro, un dato che il presidente rieletto non potrà ignorare.
Lula torna così a vincere una sfida che sembrava poter segnare la conclusione della sua lunghissima carriera politica. Ma il risultato del 25 ottobre racconta anche qualcosa di più: il Brasile ha scelto la continuità alla presidenza senza superare la frattura che attraversa il Paese.
La vera prova del quarto mandato sarà trasformare una vittoria ottenuta dopo una rimonta storica nella capacità di governare una nazione che, ancora una volta, si è presentata alle urne divisa quasi a metà.




