Il 10 ottobre si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale della Salute Mentale.
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Istituita nel 1992 dalla World Federation for Mental Health (WFMH), ovvero un’organizzazione internazionale no-profit, questa data ha il dovere di ricordare che il benessere psicologico ha un’importanza che deve necessariamente essere parte integrante della salute generale delle persone.
Il tema di quest’anno, promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è: «Lived experiences heard; real voices, real change», ovvero: «Esperienze vissute ascoltate; voci reali, cambiamento reale».
Il manifesto incarnato da questo titolo invita i sistemi sanitari mondiali e le società stesse a progredire in senso culturale ponendo le persone con disagi psichici o psicologici non tanto come «pazienti» passivi quanto più come persone con un’esperienza in tal senso in grado di guidare il cambiamento, dando così valore all’esperienza vissuta.
Pertanto l’esperienza vissuta, diretta, assume un valore che non era mai stato considerato prima in tal senso: la si considera dal punto di vista di chi l’ha vissuta e non soltanto mediante manuali clinici, restituendo voce e dignità all’individuo stesso.
Il tema è profondo e controverso, e riguarda un qualcosa che fa parte della cultura e della società in cui viviamo ormai da tempo, ovvero la delegittimazione dei diritti umani, concetto che si basa sempre più spesso sulla disumanizzazione dell’altro, e prende forma mediante gradi differenti di gravità. Questo concetto trova un filo conduttore con la salute mentale mediante quella che Fagioli (1972) definisce come pulsione di annullamento, ovvero una dinamica inconscia che spinge a negare l’esistenza dell’altro fino a «cancellarlo».
È per questo che il tema cardine di questa giornata è quello di riportare la persona al centro, valorizzando l’esperienza diretta, umanizzando il dibattito, restituendo visibilità con lo scopo di abbattere lo stigma mediante «Voci Vere» (Real Voices).
Ed è qui il fulcro: le storie reali rappresentano il siero più potente contro il pregiudizio, perché lo stigma radicato è nocivo, e parte spesso dall’idea che non si possa guarire dal disturbo mentale, creando così un alone di sospetto perenne attorno a chi ha invece passato la fase acuta.
E dunque concretamente l’ascolto deve tradursi in azioni concrete e sistemiche: le istituzioni sono dunque invitate a collaborare attivamente in co-progettazione di servizi, atti a tutelare e ridefinire percorsi terapeutici che dovrebbero superare la logica del paziente spostando l’attenzione sul concetto di Utente esperto che può trasformarsi dunque in un reale supporto, ridefinire budget, mappare i bisogni reali anziché basarsi unicamente su dati epidemiologici.
Questo cambiamento richiede però che la partecipazione sia autentica: ascoltare una testimonianza significa anche essere disposti a mettere in discussione il modo in cui si costruiscono i servizi, si prendono le decisioni e si parla di salute mentale. Chi racconta la propria esperienza deve poter scegliere se, quando e come farlo, senza sentirsi obbligato a esporre la propria sofferenza per ottenere riconoscimento.
La Giornata mondiale della Salute Mentale diventa così un invito alla responsabilità collettiva. Ai professionisti, alle istituzioni e a ciascuno di noi spetta il compito di creare spazi in cui chiedere aiuto sia possibile senza vergogna e in cui una diagnosi non esaurisca l’identità di una persona.
Restituire voce significa riconoscere il diritto di essere ascoltati, di partecipare alle scelte che riguardano la propria vita e di immaginare un futuro oltre la sofferenza. È nella possibilità di esercitare questi diritti, ogni giorno, che l’ascolto può diventare cambiamento reale.




