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Mondoreale > Blog > Speciali > ViteRe@li > Il femminicidio di Lorena Isceri e il rischio delle spiegazioni facili
ViteRe@li

Il femminicidio di Lorena Isceri e il rischio delle spiegazioni facili

Ultimo aggiornamento: 19 Settembre 2026 11:03
Alessia Giannatempo Pubblicato 19 Settembre 2026
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Il 3 settembre 2026 Lorena Isceri, 45 anni, è stata sequestrata a Firenze dall’ex compagno Federico Vella. Secondo le ricostruzioni investigative diffuse nei giorni successivi, l’uomo l’avrebbe aggredita, costretta nel bagagliaio dell’auto e condotta fino a un viadotto dell’autostrada A1, nei pressi di Barberino di Mugello. Durante il tragitto Lorena è riuscita a telefonare al 112 e a chiedere aiuto. Le forze dell’ordine hanno localizzato il cellulare e raggiunto il luogo indicato, ma non sono riuscite a salvarla: la donna era già stata gettata dal viadotto. Poco dopo, Vella si è tolto la vita.

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La malattia mentale non basta a spiegare la violenzaNon basta chiedersi se qualcuno fosse “in cura”La prevenzione comincia prima dell’emergenzaRestituire a Lorena il centro del racconto

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Definire la vicenda soltanto come un “omicidio-suicidio” non è sufficiente. La formula descrive l’esito finale, ma rischia di mettere sullo stesso piano due morti profondamente diverse. Lorena non ha scelto di morire: è stata privata della libertà, rapita e uccisa. Prima del suicidio dell’autore c’è dunque un femminicidio, maturato nel contesto di una relazione terminata e dell’incapacità di accettare la separazione.

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La sua storia si aggiunge a quelle di molte donne uccise da partner o ex partner. Su questi fenomeni, tuttavia, i numeri devono essere usati con rigore: in Italia le diverse rilevazioni non adottano sempre gli stessi criteri e i dati consolidati arrivano spesso a distanza di tempo. Per questo è più corretto evitare conteggi non attribuiti e concentrarsi su ciò che il caso mostra con chiarezza: la fase della separazione può diventare particolarmente pericolosa quando sono presenti controllo, minacce, persecuzione o rifiuto della volontà della donna.

La malattia mentale non basta a spiegare la violenza

Dopo fatti così estremi, la domanda nasce quasi automaticamente: com’è possibile arrivare a tanto? Nel caso di Federico Vella, le notizie emerse hanno riferito una lunga storia di cura psichiatrica e diagnosi importanti. È quindi legittimo interrogarsi sul funzionamento della presa in carico, sulla valutazione del rischio e sulla continuità terapeutica. Sarebbe però scorretto concludere che la malattia mentale, da sola, spieghi il femminicidio.

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La maggior parte delle persone con un disturbo psichico non è violenta e, anzi, può essere più esposta alla marginalizzazione, alla vittimizzazione e all’abbandono. Il rischio di condotte aggressive non dipende da un’unica diagnosi, ma dall’interazione fra molti elementi: eventuale abuso di alcol o sostanze, precedenti comportamenti violenti, accesso a mezzi letali, interruzione delle cure, isolamento, crisi acute e fattori relazionali e sociali. Nel caso della violenza contro le donne entrano inoltre in gioco il bisogno di controllo, il senso di possesso, la convinzione di avere diritti sulla partner e l’incapacità di riconoscerne l’autonomia.

Confondere automaticamente disturbo mentale e pericolosità produce due errori. Il primo è clinico, perché alimenta lo stigma e può allontanare le persone dalle cure. Il secondo è culturale, perché sposta l’attenzione dall’atto compiuto e dalla responsabilità individuale verso una spiegazione totalizzante: “era malato”. Una condizione psichiatrica può essere un elemento rilevante della storia di una persona, ma non cancella la necessità di analizzare i comportamenti concreti, le minacce, il controllo e l’escalation della violenza.

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Non basta chiedersi se qualcuno fosse “in cura”

Essere seguiti da un professionista non significa che ogni gesto futuro sia prevedibile. La valutazione del rischio non è una profezia e nessun clinico può garantire con certezza il comportamento di un paziente. Ciò non rende inutile la prevenzione: significa, piuttosto, che essa deve basarsi su informazioni aggiornate, osservazione dei cambiamenti, collaborazione fra servizi e attenzione ai segnali concreti.

Quando emergono minacce verso una partner o un’ex partner, idee persecutorie, violazioni dei confini, accessi ripetuti ai luoghi frequentati dalla donna, messaggi di vendetta o annunci suicidari associati al desiderio di trascinare con sé un’altra persona, il problema non può restare chiuso in un’unica stanza professionale. Nel rispetto delle norme e delle responsabilità di ciascuno, occorre una rete capace di integrare salute mentale, medicina di base, forze dell’ordine, servizi sociali e centri antiviolenza. Il punto non è sorvegliare indiscriminatamente chi soffre, ma riconoscere le situazioni in cui la sofferenza si combina con comportamenti di controllo e minacce specifiche.

Allo stesso modo, non si può attribuire alla vittima il compito di formulare una diagnosi o di gestire da sola il rischio. Se una donna dice di avere paura, quella paura deve essere ascoltata come un’informazione importante. Chiedere aiuto non dovrebbe tradursi in un percorso frammentato, nel quale la persona è costretta a raccontare più volte la stessa storia senza ricevere una valutazione complessiva del pericolo.

La prevenzione comincia prima dell’emergenza

Prevenire non significa soltanto intervenire quando la violenza è già esplosa. Significa educare fin dall’infanzia al consenso, al rispetto dei confini e alla gestione della frustrazione. Significa insegnare che una relazione può finire e che il rifiuto non è un’umiliazione da vendicare. Significa anche rendere accessibili i servizi psicologici e psichiatrici, garantire continuità alle cure e sostenere i familiari senza caricarli di responsabilità che appartengono alle istituzioni.

Serve poi una maggiore capacità collettiva di riconoscere i segnali della violenza: gelosia presentata come prova d’amore, controllo del telefono e degli spostamenti, isolamento dagli affetti, minacce di suicidio usate per impedire una separazione, pedinamenti, intrusioni e svalutazione continua. Nessun singolo segnale consente di prevedere un femminicidio, ma un insieme di comportamenti ripetuti può descrivere un’escalation che non va normalizzata.

La risposta, quindi, non può essere soltanto penale e non può essere soltanto sanitaria. Occorrono formazione per chi riceve le richieste di aiuto, valutazioni strutturate del rischio, protezione tempestiva delle donne, programmi rivolti agli autori di violenza e un sistema territoriale che comunichi realmente. Occorre anche un’informazione responsabile, capace di evitare parole come “raptus” quando esse cancellano la storia precedente e trasformano un percorso di controllo in un gesto improvviso e inspiegabile.

Restituire a Lorena il centro del racconto

Parlare delle condizioni psichiche dell’autore può essere necessario, ma non deve far scomparire Lorena dalla sua stessa storia. Il centro non è la spettacolarità dell’ultimo gesto né il tentativo di trovare una causa unica. Il centro è una donna che aveva espresso paura, aveva chiesto aiuto e aveva il diritto di essere libera e viva. La domanda più utile, allora, non è soltanto perché un uomo abbia ucciso.

È anche che cosa possiamo fare, come professionisti e come comunità, quando una separazione diventa minaccia, quando il controllo viene scambiato per amore e quando il disagio grave incontra una rete incapace di condividere tempestivamente i segnali. Non esistono risposte semplici. Esiste però una responsabilità comune: non minimizzare, non stigmatizzare e non lasciare sole le persone coinvolte. Ricordare Lorena significa anche questo: rifiutare le spiegazioni facili e costruire prevenzione là dove oggi, troppo spesso, restano soltanto parole pronunciate dopo l’ennesima morte.

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