Qualche giorno fa mi è capitato di assistere ad una scena apparentemente banale. Eppure, nella sua semplicità, uscendo dal supermercato, ho continuato a pensarci. Una signora anziana faceva la spesa con una calma che, oggi, sembra quasi fuori dal tempo. Prendeva un prodotto, leggeva attentamente l’etichetta, confrontava i prezzi, lo rimetteva a posto, ne prendeva un altro. Nessun gesto era casuale, nessuna scelta era affrettata. Al momento del pagamento del conto alla cassa ha aperto la borsa e ha tirato fuori una semplice busta di plastica bianca, riutilizzata almeno decine di volte. Non era una shopper nuova, non aveva un marchio stampato sopra. Era semplicemente una busta che aveva ancora una sua funzione, un suo scopo.
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E mentre molti avrebbero visto soltanto un’anziana intenta a fare la spesa, io ho visto una generazione che ci stava insegnando qualcosa senza pronunciare una parola. Viviamo nella società che, il mio amato Zygmunt Bauman definisce “liquida“: tutto cambia rapidamente, tutto è sostituibile con qualcosa di migliore, (o qualcuno), tutto deve essere immediato. In questo rapido avvicendarsi, il tempo è diventato il bene più prezioso e, paradossalmente, quello che sprechiamo di più rincorrendo scadenze, notifiche, acquisti talvolta inutili ed impulsivi e bisogni spesso costruiti più dalla realtà esterna e dal mercato che da reali necessità.
Abbiamo imparato a comprare con un clic, a ricevere tutto in poche ore, a desiderare continuamente qualcosa di nuovo. Ma, mentre abbiamo guadagnato velocità, abbiamo perso attenzione. Non osserviamo più davvero ciò che scegliamo, raramente leggiamo ciò che acquistiamo e, soprattutto, abbiamo smesso di dare valore alle piccole cose. Quella busta, quella busta bianca assume un significato così simbolico ed importante, che dovrebbe farci riflettere su quanta poca attenzione viene messa oggigiorno nelle cose.
E questo perché le generazioni dei nostri nonni non riutilizzavano una busta di plastica soltanto per risparmiare qualche centesimo. Dietro quel gesto c’era una cultura della cura. Si riparava invece di buttare, (i calzini rammendati vi dicono qualcosa?), si conservava invece di sostituire e si rifletteva prima di acquistare. Ogni oggetto aveva una sua storia ed un suo valore.
Oggi il benessere economico, pur con tutte le difficoltà che molte famiglie continuano a vivere, ci ha reso paradossalmente più vulnerabili a una forma di consumo compulsivo. Compriamo per gratificarci, per colmare vuoti, per inseguire un senso di appagamento che spesso dura il tempo di aprire una confezione. La psicologia lo descrive bene: il piacere dell’acquisto è intenso, ma estremamente breve. Così ricominciamo subito a cercare qualcos’altro.
Forse quella signora non stava semplicemente facendo la spesa. Stava esercitando una competenza che stiamo perdendo: la capacità di rallentare. Di osservare. Di scegliere con consapevolezza. Ma questo ragionamento non è per idealizzare il passato. Ogni epoca porta con sé conquiste straordinarie e problemi nuovi. Abbiamo più possibilità, più libertà, più strumenti. Ma il progresso non dovrebbe mai farci dimenticare il valore della lentezza, dell’attenzione e della gratitudine.
Forse dovremmo recuperare qualcosa da quelle persone che abbiamo frettolosamente definito “di un’altra generazione“. Perché, mentre noi corriamo convinti di risparmiare tempo, loro ci ricordano che il tempo non si vince correndo. Si vive.
E forse la vera ricchezza non è poter avere tutto, ma riuscire ancora ad attribuire valore a ciò che abbiamo già.


