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Mondoreale > Blog > Speciali > ViteRe@li > Non sono perfetta e non voglio la responsabilità di esserlo
ViteRe@li

Non sono perfetta e non voglio la responsabilità di esserlo

Ultimo aggiornamento: 13 Aprile 2026 14:09
Alessia Giannatempo Pubblicato 13 Aprile 2026
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Oggi sono un po’ polemica (solo oggi). Mi sono svegliata con un po’ di risentimento nei riguardi della rincorsa selvaggia ai ritocchi estetici. Sia chiaro, sono a favore della medicina estetica e della chirurgia ad essa connessa, ma mi trovo in pieno conflitto con l’uso che se ne sta facendo al giorno d’oggi. E allora mi viene da pensare, perché? D’impatto, la risposta che ne viene fuori è a mio giudizio: scarsa accettazione di sé. Parliamoci chiaro, la scarsa accettazione di sé, della propria immagine, è un qualcosa che riguarda perlopiù il genere femminile, ed in quanto tale, anche io ne sono stata spesso vittima. In effetti uno studio afferma: “Le dimensioni e la forma del nostro corpo, i processi somatici e le abilità fisiche contribuiscono certamente a modellare e a produrre la nostra esperienza  psichica in quanto condizionano il nostro approccio alla realtà fisica e sociale” (Burr, 2000, p. 48). Il tutto si rifà al concetto di immagine corporea, ovvero  “l’immagine e l’apparenza del corpo umano che ci formiamo nella mente, e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare”, e quindi ammettiamolo, spesso abbiamo un’immagine piuttosto distorta. Questo però influisce direttamente sul nostro senso di accettazione, in quanto accende una serie di domande che naturalmente si rifanno proprio al fatto che stiamo trasmettendo quell’immagine che abbiamo nella testa, all’esterno, pertanto, se questa immagine non è sufficientemente adeguata, si innescano processi di svalutazione di sé, che portano ad un calo di autostima e ad una (possibile) scarsa accettazione di sé. A questo punto però vale la pena fare un passo in più, perché la scarsa accettazione di sé non è solo un disagio diffuso o una fase passeggera: in alcuni casi può trasformarsi in qualcosa di molto più profondo e pervasivo. Quando l’attenzione verso il proprio aspetto diventa ossessiva, quando il difetto percepito occupa gran parte dei pensieri quotidiani, quando si arriva a evitare situazioni sociali per paura dello sguardo degli altri, allora non siamo più nel campo della semplice insoddisfazione. Entriamo in una dimensione più complessa, che può avvicinarsi a ciò che in psicologia viene definito Disturbo da dismorfismo corporeo. Non significa che chi ricorre alla medicina estetica ne sia affetto, ma è importante riconoscere quanto sottile possa essere il confine tra cura di sé e bisogno compulsivo di modificarsi. Il problema, infatti, non è il difetto in sé, ma lo spazio mentale che gli concediamo. Perciò, la facile soluzione? Correggere quell’immagine inadeguata da noi stesse creata, affinché corrisponda a quello stesso ideale.  Attenzione però non sto demonizzando il fatto, tutt’altro. Sto cercando di ragionarci su, cercando di trovare un punto di equilibrio. Perché è proprio questo il punto, l’equilibrio.

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La correzione dell’immagine che noi vogliamo portare all’esterno, va bene nella misura in cui si tratta di una sana routine, abitudine al benessere e al prendersi cura di sé, anche da un punto di vista estetico. Perché quando la correzione diventa necessità, quando non è più una scelta ma una condizione per sentirsi “abbastanza”, allora smette di essere uno strumento e diventa una dipendenza emotiva. E qui entra in gioco un aspetto che spesso trascuriamo: il nostro benessere non è proporzionale alla perfezione del nostro aspetto. Possiamo migliorare, sistemare, valorizzare, ma se alla base c’è un dialogo interno fatto di critica costante, nessun intervento esterno sarà mai sufficiente. Ci sarà sempre qualcosa da aggiustare, qualcosa che non torna, qualcosa che “ancora non basta”. E perciò quando questa continua correzione diviene abuso, forse c’è qualcosa che non va’. Ma questo qualcosa non è imputabile alle scelte ed alle decisioni che ognuno di noi liberamente può prendere per la propria persona, quanto più al fatto che forse, più che arrivare in maniera “selvaggia” a dover per forza eliminare quel difetto, bisognerebbe passare per l’accettazione. E l’accettazione di sé e dei propri limiti è dura, scomoda, e spesso è la strada più difficile. Cioè è inutile andare a promuovere una cultura del “vai bene così” se poi non andiamo bene per niente così. Perché non provare a migliorare il proprio interno? Provare a comprendere che alcune cose possono essere “corrette” ma che altre vanno effettivamente bene così. Perché sono belle anche quelle cose imperfette. Accettazione, parolona. Non è facile accettarsi. Spesso non si riesce a farlo da soli, e magari un professionista della salute psicologica può far a questo caso. Forse allora la domanda da porsi non è “cosa devo cambiare?”, ma “perché sento di doverlo fare?”. Perché stare bene con sé stessi non significa smettere di migliorarsi, ma imparare a distinguere tra ciò che si può modificare e ciò che va accolto. E soprattutto significa accettare una verità scomoda: non esiste una versione definitiva di noi stessi che, una volta raggiunta, ci metterà al riparo dall’insicurezza. Il lavoro più difficile, e anche il più duraturo, non è quello sul corpo, ma quello sullo sguardo con cui lo osserviamo. Ma anche perché, chi la vuole la responsabilità di DOVER essere sempre perfetti, se poi il prezzo da pagare è non sentirsi mai abbastanza?

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