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Mondoreale > Blog > Speciali > ViteRe@li > Scuole che coltivano la felicità: il potere della mindfulness tra i banchi
ViteRe@li

Scuole che coltivano la felicità: il potere della mindfulness tra i banchi

Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre 2025 14:59
Alessia Giannatempo Pubblicato 19 Dicembre 2025
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In una prima media di  una piccola provincia, la campanella ha suonato ma nessuno ha aperto subito il libro. Eh no, non è ribellione: l’insegnante ha invitato la classe a chiudere gli occhi, a sentire il respiro per qualche minuto, notare i pensieri che passano senza giudicarli. Solo dopo  questo momento di confidenza interiore, allora si parte con la lezione di matematica. Scene come questa non sono più eccezioni: sempre più scuole stanno introducendo programmi di educazione emotiva e mindfulness per proteggere il benessere psicologico dei ragazzi e migliorare il clima di classe. Che la mindfulness stia ormai prendendo piede nella cultura odierna è un dato di fatto, ma che venga praticata tra i banchi di scuola resta ancora, perlomeno in alcune realtà, una sorta di tabù. E non si tratta di un qualcosa di “alternativo” bensì di una risposta concreta ad una nuova conformazione sociale, che si traduce in un bisogno molto concreto. Entrando nello specifico è la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità a ricordare che alcuni disturbi quali depressione, ansia o disturbi del comportamento sono tra le principali cause di problematiche nei giovani, specialmente negli adolescenti, e la fotografia reale è che circa un ragazzo su sette nel mondo sperimenta un disturbo mentale.

Viene da domandarsi qualcosa a questo punto: è la società odierna più incline a condurre i giovani verso queste strade, o si tratta del fatto che oggi si pone maggiore attenzione nei riguardi della salute mentale, un po’ come dire, oggi ci si fa più caso? È anche vero che studi recenti mostrano un forte legame tra la sensazione della pressione scolastica ed i sintomi legati a disturbi di ansia e depressione si verificano nei giovani quando il carico percepito è troppo alto, il rischio di malessere emotivo aumenta sensibilmente. Un po’ come un dover stare sempre al passo con degli standard imposti dall’esterno, appunto, dalla società e dalla nuova forma che essa stessa sta assumendo, una società che tende alla perfezione e che in un certo qual modo, genera ansia da prestazione. Pertanto ci si pone inevitabilmente una seconda domanda: perchè si stanno rendendo così indispensabili tali programmi? Dove sta la falla? Come detto poc’anzi, il GAP risiede effettivamente in quella che si può definire una vera e propria conformazione nuova della società, e dunque non nel fatto che oggi si presta più attenzione alle problematiche connesse al benessere mentale. Trasformazioni strutturali che certamente incidono sull’equilibrio psicologico dei più giovani. Soffermandoci ulteriormente e con un po’ di attenzione, un ulteriore elemento di riflessione riguarda la famiglia come ambiente primario di socializzazione ed educazione emotiva. Negli ultimi decenni la struttura familiare si è trasformata profondamente, con un aumento delle famiglie monogenitoriali, dei nuclei ricostituiti e dei genitori soli, fenomeni che non sono soltanto statistici ma hanno conseguenze reali sul benessere dei figli. In Italia oggi circa l’11 % dei nuclei familiari con figli è composto da un solo genitore, un dato in crescita rispetto al passato, e sempre più adulti vivono da soli, segnando un mutamento nelle forme di coesione sociale tradizionale

E dunque, l’educazione emotiva. In psicologia si parla sempre più di Social and Emotional Learning (SEL), cioè percorsi che insegnano ai ragazzi a riconoscere le emozioni, gestire lo stress, mettersi nei panni degli altri, risolvere i conflitti. Una grande meta-analisi su 213 programmi SEL, che ha coinvolto oltre 270.000 studenti dalla primaria alle superiori, ha mostrato che gli alunni che partecipano a questi percorsi non solo migliorano le competenze sociali e riducono i problemi comportamentali, ma ottengono in media anche un aumento di circa 11 punti percentile nel rendimento scolastico rispetto ai coetanei. In altre parole i programmi di educazione emotiva non “rubano” tempo, bensì lo trasformano in tempo di qualità. E quindi ecco spiegata la mindfulness. Essa nasce in ambito clinico con i programmi di riduzione dello stress (MBSR) sviluppati da Jon Kabat-Zinn, che combinano meditazione, consapevolezza corporea e esercizi attentivi per aiutare le persone a riconoscere e gestire lo stress. Negli ultimi anni queste pratiche sono entrate anche nelle scuole. Una grande rassegna di interventi di mindfulness scolastica mostra risultati confortanti  nella riduzione di ansia, sintomi depressivi, affaticamento e difficoltà legate allo stress, oltre a benefici su attenzione e resilienza. Uno studio condotto in un liceo, con un programma di otto settimane di mindfulness in classe, ha evidenziato una riduzione significativa dell’ansia auto-riportata rispetto alla normale ora di educazione alla salute. Percorsi strutturati di consapevolezza, educazione al benessere psicofisico e intelligenza emotiva rappresentano in realtà una grandissima svolta. Le scuole che introducono mindfulness e educazione emotiva promettono qualcosa di realistico e prezioso: ragazzi che imparano a stare dentro le proprie emozioni, a riconoscere lo stress, a chiedere aiuto, a tornare in equilibrio dopo una caduta. E a questo punto, in un’epoca in cui l’ansia adolescente (e non solo) cresce in maniera considerevole queste iniziative sono molto più di una moda: rappresentano un vero e proprio investimento strutturale sulla salute mentale e sul futuro dei giovani.

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