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Mondoreale > Blog > Speciali > ViteRe@li > I Millennials e il lavoro: tra aspettative, precarietà e identità in costruzione
ViteRe@li

I Millennials e il lavoro: tra aspettative, precarietà e identità in costruzione

Ultimo aggiornamento: 10 Gennaio 2026 11:51
Alessia Giannatempo Pubblicato 9 Gennaio 2026
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Negli ultimi tempi sentiamo spesso nominare le generazioni attraverso categorie specifiche, all’interno delle quali sono inserite fasce d’età che si distinguono per “salti” di circa 20 anni (o giù di lì).
Parole come “Boomer”, “Millenials”, “Gen-Z”, sono ormai parte dominante del nostro vocabolario. Le differenze tra queste macro-categorie però non possono essere associate esclusivamente ad anni di nascita, bensì risiedono nelle esperienze storiche, tecnologiche e sociali comuni che plasmano così i valori di appartenenza alle stesse. Concentrandoci su una specifica generazione, quella dei Millennials, sappiamo che sono nati indicativamente tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta e sono (anzi siamo), spesso descritti come la “generazione delle transizioni”. Parliamo infatti di transizioni tecnologiche, sociali, culturali e soprattutto lavorative, a cavallo con gli anni ’80. Potremmo infatti nostalgicamente considerare che i Millennials hanno goduto dell’eredità della generazione precedente in cui si viveva la socialità vera, reale, in cui si scendeva in piazza, fatta di citofoni e walkie-talkie piuttosto che smart phone e social network, ma è altrettanto vero che questa generazione è cresciuta con la promessa implicita che lo studio, l’impegno e la formazione continua sarebbero stati sufficienti a garantire stabilità, riconoscimento e realizzazione personale, ma non è esattamente così. Una promessa che, per molti di noi, si è rivelata fragile, incompiuta, irreale. Concentrandoci sul lavoro, nello specifico, ci si accorge che è tutto molto instabile e frammentato. Dal punto di vista oggettivo, quando i Millennials erano pronti per affacciarsi al mondo del lavoro, lo scenario che si sono trovati di fronte è stato quello di un contesto segnato da crisi economiche ricorrenti, dalla diffusione dei contratti atipici, dal lavoro intermittente e da una crescente competitività. Questa fotografia descrive una condizione secondo la quale il lavoro non rappresenta più – o non solo – uno spazio di continuità, bensì un‘esperienza frammentata, fatta di ingressi e uscite rapide, di ripartenze, di adattamenti continui, di forte, incessante instabilità.
Ed è proprio su questo concetto che vorrei concentrarmi, instabilità la quale non ha solo effetti economici, ma incide profondamente sul piano psicologico.

Eh già, l’instabilità, la promessa non mantenuta, genera precarietà, dinamica che rende ostico il presente ed anche la progettazione di un futuro che viene continuamente rimandato, pensiamo alle scelte di vita importanti (come l’autonomia abitativa o la genitorialità) incostanza che alimenta una conseguenza da non sottovalutare, ovvero un senso di sospensione esistenziale: si è “sempre in prova”, mai davvero arrivati. Questo succede perchè in un certo qual modo molte persone si identificano con la propria professione, creando un legame dal confine sottilissimo tra identità personale ed identità professionale. Concettualmente il lavoro non rappresenta soltanto una fonte di reddito, bensì un elemento centrale, che descrive – per molti – il proprio essere, e questo specialmente per la generazione Millennials. Questo perchè siamo stati “educati così”: ci è stato insegnato a “diventare ciò che facciamo”, a investire nel lavoro come luogo di espressione del proprio sé, del senso e di valore personale. È qua che si crea l’intoppo: quando il lavoro è instabile, sottopagato o non riconosciuto, anche l’identità ne risente. Da un punto di vista psicologico, questo può tradursi in vissuti di inadeguatezza, fallimento o addirittura sensi di colpa individuale: se non “funziona”, spesso pensiamo che il problema siamo noi, e non il contesto. È un meccanismo interiorizzato che trasforma una difficoltà strutturale in una fragilità personale. La cultura della performance e l’auto-sfruttamento. Ma questo genera anche un’altra dinamica “limite”: la performance. Alla mia generazione viene spesso richiesto di essere flessibili, multitasking, sempre aggiornati, disponibili a reinventarsi, ad adattarsi ad orari molto scomodi, a paghe improbabili, e ad accettare – con adeguata dose di serenità- che questa incertezza sia la norma. Ma consideriamo un attimo due cose, se da un lato queste caratteristiche hanno favorito sicuramente competenze trasversali ed adattabilità, dall’altro ha alimentato forme di auto-sfruttamento: lavorare oltre i limiti, accettare compensi bassi “per fare esperienza”, confondere passione e lavoro fino a non riuscire più a porre confini. Un’ulteriore conseguenza psicologica di ciò può essere l’insorgenza di stress cronico, o peggio ancora burnout (letteralmente prendere fuoco) precoce e sicuramente una difficoltà crescente nel riconoscere e legittimare la propria stanchezza, ma anche e soprattutto le proprie esigenze. E così succede che la fatica viene normalizzata, il malessere silenziato, e le proprie esigenze considerate quasi illegittime.

In ultima analisi vorrei soffermarmi su un elemento non da poco: il confronto sociale. Vivendo nell’epoca dei social, in cui tutto è esposto, in vetrina, comprendiamo come questi ultimi abbiano amplificato il confronto sociale, rendendo costantemente visibili i successi (reali o presunti) degli altri. Per molti Millennials questo può tradursi in un senso di ritardo: “sono indietro”, “avrei dovuto essere più avanti”, “non sto facendo abbastanza”, generando così una discrepanza tra le tappe di vita idealizzate e la realtà concreta, che può generare ansia, frustrazione e demotivazione.
A livello psicologico questa discrepanza è una fonte significativa di sofferenza, soprattutto quando non esistono narrazioni alternative che legittimino percorsi non lineari. Ma una speranza c’è: nonostante le difficoltà, la generazione Millenials può essere definita come resiliente. Più correttamente, siamo una generazione esposta: a cambiamenti rapidi, a richieste contraddittorie, a un sistema lavorativo che spesso promette più di quanto possa offrire. Riconoscere le difficoltà lavorative dei Millennials non significa rinunciare alla responsabilità individuale, ma restituire complessità al racconto, inserendo gli elementi al posto giusto. Significa creare spazi di comprensione, politiche più eque e, soprattutto, narrazioni psicologiche che non trasformino la precarietà in colpa personale. E quindi quello che va realmente compreso è che in questa prospettiva, la vera sfida non è quella di “aggiustare” una generazione, ma di ripensare i contesti in cui viviamo e lavoriamo. Dare nome alle fratture, normalizzare i percorsi discontinui e riconoscere il valore dell’adattamento significa trasformare l’esposizione in consapevolezza. In questo modo la resilienza potrebbe smettere di essere una richiesta silenziosa di resistenza individuale e tradursi in una possibilità collettiva di cambiamento, in cui il benessere psicologico non è un premio per chi ce la fa, ma un diritto condiviso.

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