Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri sera il decreto legge sulla sicurezza, otto articoli nati sull’onda degli scontri di Milano e dei disordini che nelle ultime settimane hanno attraversato diverse città italiane. La risposta del governo è netta, rapida e tutta nella direzione della deterrenza: più reati, pene più alte, fermo preventivo esteso, minori imputabili prima, e 500 militari in arrivo a Milano fino al 31 dicembre.
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Il cuore del provvedimento è l’introduzione di un nuovo reato: la “Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”. Chi usa bastoni, mazze o lancia oggetti durante le proteste rischia da due a cinque anni di reclusione e una multa fino a 20mila euro, con aggravante se agisce a volto coperto o danneggia infrastrutture. Ma la misura più pesante riguarda chi organizza o promuove via social la formazione di gruppi per manifestazioni violente: fino a dodici anni di carcere. Il fermo preventivo viene esteso anche ai “luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone”, un concetto volutamente ampio, e si applica anche ai minorenni dai 16 anni in su. I ragazzi dai 14 anni in su diventano automaticamente imputabili senza che sia necessario accertare la loro capacità di intendere e di volere. I genitori di minorenni che commettono violenze durante le manifestazioni rischiano multe da 500 a 1.000 euro, raddoppiabili in caso di recidiva. Nordio e Piantedosi hanno presentato il decreto come una risposta proporzionata e necessaria. Meloni ha parlato di “nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione” come di un passo dovuto.
Dall’altra parte, le voci critiche non hanno tardato ad arrivare. La più feroce, e forse la più efficace, è quella di Selvaggia Lucarelli, che su Instagram ha scritto un post che nelle ore successive ha fatto il giro del web: “Brava Giorgia. Rispondi al disagio, alla rabbia sociale, alla mancanza di un’idea di presente e di futuro con la repressione.” Lucarelli smonta pezzo per pezzo la logica del decreto, sostenendo che buttare i minorenni in carcere non produrrà reinserimento sociale ma nuove forme di delinquenza, che spaventare i giovani non equivale ad ascoltarli, e che togliere tutto a chi non ha niente da perdere è la strada più sicura per alimentare, non spegnere, la rabbia. Chiude con una metafora potente: “Speriamo che tu riesca a spegnere gli incendi meglio di come stai alimentando la rabbia, ma temo che ciò che tu vedi ‘acqua’ sia un fiume in piena. Di benzina.”
Il punto è esattamente questo, ed è il punto che il decreto non affronta: da dove viene quella rabbia. Don Burgio, che lavora nelle periferie milanesi da decenni, ha parlato di “giovani afflitti da una grande solitudine”. Il cardinale Zuppi ha ricordato che la violenza si contrasta “con la passione per il domani”. Voci che vengono da ambienti molto diversi ma che convergono sullo stesso concetto: punire è facile, governare è un’altra cosa.




