Nel 1995, con il romanzo “Il rogo di Berlino”, Helga Schneider aveva raccontato la storia di una giovane donna, che dopo trent’anni di separazione, incontra sua madre, la quale l’aveva abbandonata durante la Seconda guerra mondiale per unirsi alla SS. L’anno scorso invece, con “Hitler. Mai prima di mezzogiorno” ha narrato gli ultimi giorni del Führer, ormai malato e in declino, circondato da un’atmosfera di disperazione e follia. Ed ora con “Eva. Un divano per l’eternità” mette sotto la lente d’ingrandimento della sua scrittura l’amore malato tra Adolf Hitler ed Eva Braun. Lo fa con un lettera ai lettori spiegando il perché di tale romanzo:
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“Ho scritto diversi libri testimoniali sulla dittatura hitleriana e i crimini commessi dai nazisti, ma alla fine non ho resistito al desiderio di fare luce anche tra le pieghe dell’essenza di Eva Braun, della quale continuavo a leggere che fosse stata una donna frivola, superficiale e interessata a una sola cosa: il lusso sfrenato. È vero, diventando l’amante del Führer si abituò presto alla vita lussuosa, ma la sua relazione con Hitler fu molto più complessa e sofferta di quanto annoti la storiografia ufficiale. Malgrado fosse diventata una figura decisamente centrale nell’esistenza di Hitler, il loro rapporto attraversò crisi e conflitti, incomprensioni e lunghi allontanamenti. Eva Braun è indubbiamente colpevole di aver convissuto fino all’ultimo respiro con le colpe sterminate del nazismo, ma oltre al personaggio storico era una donna, una persona. Fin da giovanissima, non ancora maggiorenne, teneva a mente ciò che voleva dalla vita, ed era determinata a ottenerlo. E su un divano di velluto rosso diede inizio a un legame che sarebbe proseguito lungo il periodo di gloria della Germania nazista, fino alla caduta dell’agognato millenario Reich di Hitler. Un legame che avrebbe oltrepassato il tempo, l’inferno, forse il nulla”.
Tornando al romanzo “Il rogo di Berlino”, la madre, dopo aver abbandonato lei e il fratello più piccolo, arruolatosi nelle SS, divenne guardiana nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, collaborando al genocidio. All’epoca della sua fuga, il padre dell’autrice era già al fronte, richiamato alle armi nella Wehrmacht. In seguito, egli si risposò con una donna di nome Ursula. L’autrice, ancora bambina, entrò in contatto con un aspetto più intimo del regime attraverso la sorella di Ursula, Hilde, che era una segretaria del ministro della Propaganda Joseph Goebbels. Hilde parlava con Ursula di Eva Braun, esaltandone l’eleganza e il potere che esercitava su Hitler. In un’occasione, Hilde e una collega ebbero la possibilità di trascorrere alcuni giorni di ferie al Berghof, la residenza alpina di Hitler, dove poterono osservare e parlare con Eva Braun. Quella di “Eva. Un divano per l’eternità” è una narrazione a metà strada tra il romanzo psicologico e il saggio narrato. Nata nel 1937 in Slesia, territorio tedesco che dopo la Seconda guerra mondiale sarà assegnato alla Polonia, Helga Schneider dal 1963 vive a Bologna.
Roberto Campagna




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