Le 12:47 è l’ora in cui Ale, il protagonista del romanzo di Saverio Fattori, ha pensato di entrare nella mensa della fabbrica dove lavora e sparare all’impazzata. Ma è anche il titolo di tale romanzo. L’autore è un operaio, quindi conosce molto bene la vita e l’ambiente che racconta. Lo fa con un linguaggio che riecheggia la coreografia meccanica della produzione, riuscendo a dipingere un ritratto vivido e angosciante della vita all’interno della stessa fabbrica, un’azienda emiliano che produce componenti per auto. Ale, tecnico del Controllo Qualità, è alienato dal lavoro, ma crede nell’infallibilità dei suoi responsabili, alla loro etica aziendale. Ma quando viene ridimensionato al ruolo di operaio in catena di montaggio, il suo equilibrio psichico vacilla, anche perché non gli si contesta nessuna colpa e non ha la possibilità di conoscere il responsabile di tale dimensionamento perché la sua non è una fabbrica padronale.
Ed allora se il nemico non è individuabile, per lui tutti diventano nemici: ex colleghi, operai della catena, operai della catena, sindacato, impiegati e dirigenti. La paranoia lo travolge e l’azienda diventa un microcosmo abitato da fantasmi e mostri, un luogo oscuro e irriconoscibile. Inizia a drogarsi, si isola che l’Mp3 e inventa un mondo parallelo fatto di odio. E quando viene assunto Frank, il figlio di un suo compagno di scuola, che lo deride e le umilia, non regge più. Il romanzo non si limita a denunciare le condizioni disumane del lavoro industriale, ma si eleva attraverso un monologo ossessivo. Ecco uno spezzone di tale monologo: «Domani sparerò in mensa. Alle 12:47. Svolgerò regolarmente le mie mansioni nel turno della mattina, quello che va dalle 6:00 alle 12:30. Timbrerò il cartellino, preleverò come sempre il cutter e i guanti dall’armadietto. I miei movimenti saranno ancora più lenti, una liturgia di gesti precisi e armonici. In questo momento non saprei dare un senso a tutto il sangue. Sparerò nel mucchio, perché una cosa sola ho capito in ventitré anni di fabbrica. Ho capito che nessuno è innocente. Tutti si macchiano di crimini. In questo posto maledetto tutti i delitti sono colposi. Il delitto colposo, il più stupido e insopportabile, il più indecente. Entrare in mensa e sparare a caso? Perché, quando i tuoi nemici sono invisibili, quando non si manifestano a viso aperto, allora tutti sono nemici. Perché l’assassinio strategico e mirato è fuori dalla Storia e dalla mia miserabile cronaca. Nessuno si merita l’onore di un’esecuzione. Questa gente si merita solo una pallottola vagante».
La prosa di Fattori è incisiva e ritmica, permeata di una critica sociale sottile ma potente, che attinge a influenze letterarie che spaziano da Volponi a Houellebecq, senza mai perdere la sua voce unica. Il romanzo si distingue per la sua capacità di fondere la disperazione umana con l’analisi acuta delle dinamiche di potere interne alla fabbrica, riflettendo una realtà che è al tempo stesso personale e universale. Un’opera che trasuda originalità e audacia.
Roberto Campagna




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