Ho seguito con una certa distrazione la presentazione della candidatura a sindaco di Andrea Campoli. Lo ammetto senza particolari problemi. Dopo dieci anni trascorsi ad ascoltarlo da sindaco, e qualche altra occasione da assessore, ho sviluppato un limite personale: la mia soglia di sopportazione dei suoi interventi pubblici è decisamente più bassa della loro durata. La mia capacità di concentrazione, quando Campoli prende la parola, tende a esaurirsi molto prima dei suoi discorsi.
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Evidentemente, però, avrei dovuto prestare maggiore attenzione. Perché, tra una riflessione sul futuro di Sezze, una promessa di rilancio e qualche considerazione sul passato, l’ex sindaco ha trovato il tempo di occuparsi anche del mio lavoro. Non facendo il mio nome, sia chiaro, ma citando l’incarico che ricopro da tre anni e mezzo alla Servizi Pubblici Locali Sezze e liquidando le assunzioni dei due addetti alla comunicazione, quello del Comune e quello della società, come «frivolezze».
Frivolezze. Proprio così.
Ora, prima che qualcuno si confonda, vorrei chiarire un paio di cose. Non sono candidato a sindaco di Sezze. Non sarò candidato al Consiglio comunale. E non voterò nemmeno a Sezze, visto che da nove anni risiedo altrove. Il suo avversario politico è Lidano Lucidi, non il sottoscritto. Io faccio un altro mestiere. Il giornalista, da 23 anni.
Da tre anni e mezzo sono responsabile della comunicazione della Servizi Pubblici Locali Sezze. Un incarico ottenuto rispondendo a una procedura pubblica di selezione, sostenendo un colloquio e superando quella selezione. Non sono stato raccolto per strada, non sono comparso improvvisamente in un ufficio e non ho ricevuto un incarico perché qualcuno si è svegliato una mattina decidendo di farmi un regalo. Ho partecipato a una selezione e sono stato assunto. Semplice.
E da quel momento ho lavorato. Tanto. Abbiamo accompagnato attraverso la comunicazione i processi aziendali, spiegato ai cittadini il funzionamento della raccolta differenziata, prodotto contenuti informativi, organizzato incontri nei quartieri, portato l’educazione ambientale nelle scuole. Abbiamo presentato due progetti nell’ambito dei bandi ANCI-CONAI e ottenuto i relativi finanziamenti. Siamo stati chiamati ogni anno a partecipare alle settimane della legalità, portando nelle scuole un messaggio di responsabilità ambientale e rispetto delle regole. Abbiamo lavorato per ridurre la distanza tra azienda e cittadini, rendendo più comprensibili i servizi e costruendo occasioni di confronto con l’utenza.
Tutto questo, evidentemente, rientrerebbe nella categoria delle frivolezze.
Eppure, ascoltando il discorso di Campoli, ho sentito parlare a lungo di partecipazione, coinvolgimento, coesione sociale, presenza nei quartieri e necessità di ricostruire un rapporto tra istituzioni e cittadini. Attività che, nel nostro ambito, cerchiamo di realizzare quotidianamente. La differenza, forse, è che quando queste parole vengono pronunciate da un palco diventano un progetto politico. Quando si traducono in un lavoro concreto di comunicazione pubblica diventano una spesa da contestare.
Campoli ha anche definito scarsi i risultati della raccolta differenziata, oggi superiori al 60%. Un giudizio legittimo, naturalmente. Mi limito a ricordare che durante la sua esperienza amministrativa Sezze registrava percentuali intorno al 13%, con un sistema ancora caratterizzato dai cassonetti stradali. Il confronto meriterebbe un approfondimento, ma non è questo il tema del mio intervento, né intendo rispondere in nome e per conto della SPL.
Torno, quindi, alla questione che mi riguarda direttamente. Non ho alcuna difficoltà ad accettare una critica alla spesa pubblica. Se Campoli ritiene che l’incarico di responsabile della comunicazione della SPL sia inutile, può dirlo. Può contestarne il costo, l’opportunità, le modalità organizzative. Può persino sostenere che quelle risorse sarebbero meglio impiegate altrove. Ma dovrebbe spiegare perché. Dovrebbe conoscere le attività svolte, i risultati prodotti, le responsabilità assunte. Dovrebbe distinguere tra la scelta amministrativa di prevedere un incarico e il lavoro di chi quell’incarico lo ricopre. Perché una cosa è discutere di priorità di bilancio. Un’altra è liquidare un’attività professionale con una parola pronunciata davanti a una platea.
E c’è un aspetto sul quale voglio essere particolarmente chiaro. La mia professionalità non nasce con questo incarico. Non nasce con l’amministrazione Lucidi e non dipende dalla durata del suo mandato. Faccio il giornalista da 23 anni. Ho costruito la mia esperienza lavorando, assumendomi responsabilità e confrontandomi con realtà diverse. Non ho bisogno di complimenti, di investiture o di riconoscimenti occasionali. E non considero il valore di un professionista qualcosa che possa cambiare a seconda delle circostanze o della convenienza del momento. Le opinioni sulle scelte amministrative sono legittime. La coerenza con cui si esprimono i giudizi sulle persone e sul loro lavoro, però, resta una questione di serietà.
Andrea Campoli ha deciso di tornare a candidarsi alla guida di Sezze. Ha amministrato questa città per dieci anni e ha successivamente ricoperto anche il ruolo di assessore. Conosce dunque il peso delle decisioni pubbliche e la responsabilità delle parole pronunciate da un palco. Può confrontarsi con Lucidi sulle scelte amministrative. Può contestare il piano di riequilibrio, le politiche sociali, la gestione dei rifiuti e gli investimenti. Sono tutti temi sui quali il dibattito pubblico è legittimo e necessario. Ma io non sono un suo concorrente elettorale. Sono un giornalista che svolge un incarico professionale e che non intende lasciare senza risposta un giudizio liquidatorio sul proprio lavoro.
Non chiedo a Campoli di apprezzare quello che faccio. Non gli chiedo di condividere le scelte dell’amministrazione che ha previsto il mio incarico. Gli chiedo soltanto di discutere nel merito. Se ha elementi per sostenere che il mio lavoro sia inutile, li esponga. Se ritiene che i risultati non giustifichino la spesa, presenti i numeri e spieghi il suo ragionamento. Sarò il primo a leggere le sue osservazioni.
Perché dopo 23 anni di giornalismo ho imparato almeno una cosa: le opinioni si possono discutere, i fatti si devono conoscere. E, soprattutto, il lavoro degli altri merita qualcosa di più di un aggettivo. Anche quando quell’aggettivo serve a fare campagna elettorale.




