C’è una frase, pronunciata dal premier canadese Mark Carney in un’intervista al New York Times pubblicata oggi, che vale la pena leggere due volte: il governo canadese si è preparato a una possibile invasione da parte degli Stati Uniti. Non è uno sfogo, non è una boutade politica. È la risposta misurata e ragionata di un capo di governo a chi gli chiedeva se prendesse sul serio le minacce di Donald Trump di annettere il Canada come 51esimo stato americano.
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“Credo che ricoprendo certi ruoli, si abbia la responsabilità di prendere in considerazione rischi remoti ed estremi“, ha spiegato Carney. “È gestione del rischio. Sarebbe irresponsabile non farlo.” Parole calibrate, da ex governatore di banca centrale quale è, abituato a ragionare in termini di scenari e probabilità. Ma il concetto che esprimono è tutt’altro che ordinario: il primo ministro di un Paese del G7, membro fondatore della Nato e storico alleato degli Stati Uniti, ha detto pubblicamente di aver valutato l’ipotesi di un’aggressione militare da parte del suo vicino più potente.
Il contesto è quello di mesi di tensione crescente: Trump ha ripetuto più volte, sin dal suo ritorno alla Casa Bianca, che il Canada dovrebbe diventare parte degli Stati Uniti, alternando toni scherzosi e minacce concrete sui dazi. Ottawa ha risposto con fermezza diplomatica, ma evidentemente anche con una riflessione interna più profonda di quanto si fosse capito fino ad ora.
La dichiarazione di Carney arriva in una giornata già densa sul fronte delle relazioni internazionali americane: nelle stesse ore Trump ha incontrato Xi Jinping a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU, definendo il bilaterale “molto produttivo” e annunciando progressi su diversi fronti commerciali con Pechino. Un’apertura verso la Cina che contrasta con la durezza mantenuta verso i tradizionali alleati del nord.
Che il Canada stia “preparandosi” non significa necessariamente che stia armandosi o costruendo bunker. Ma significa che a Ottawa qualcuno, ad un certo punto, ha messo su carta uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza. E questo, da solo, racconta meglio di qualsiasi analisi geopolitica in che mondo stiamo vivendo.



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