Il libro sceglie di raccontare l’emigrazione siciliana in Tunisia attraverso un doppio sguardo: quello di una donna tunisina e quello di un siciliano nato in Tunisia. In che modo l’incrocio di queste due voci narrative ha arricchito la ricostruzione storica e come è stato strutturato il lavoro per far emergere quella ‘tolleranza e convivenza’ che ha unito i due popoli?
Leggi sullo stesso argomento
Guerra Russia-Ucraina, Trump: “Putin vuole la pace, ne parlerò ad Ankara”
CICLISMO | Doppietta di famiglia nel Memorial Gabrielli-Pucello: Pierfilippo e Stefano vincono la 15ª tappa del Giro dell’Agro Pontino
SABAUDIA | Torna la Festa della Birra di Sant’Isidoro: quattro serate tra musica, tradizione e comunità
Noi eravamo ragazzi ma per gli anziani questo sradicamento è stato un trauma, una partenza inattesa. Abbiamo dovuto abbandonare la terra nella quale siamo nati e abbiamo vissuto con il dolore e la solitudine dell’emigrato il quale, pur tra mille contraddizioni, viveva in una terra tollerante. E, raccontando la nostra infanzia trascorsa in una città storica, ricca di antiche tradizioni nel nord della Tunisia dove nei primi anni del secolo scorso vivevano più di ottocento siciliani, abbiamo inevitabilmente fatto leva sull’inscindibile rapporto tra la vita quotidiana, i giochi, gli scambi culturali e il grande tema della partenza, della condizione umana di milioni di individui. Abbiamo riscoperto parole in uso all’epoca, abitudini, il linguaggio: l’incontro di uomini e donne diversi tra loro.
Per ricostruire un secolo di storia ha attinto ad archivi familiari, memorie e racconti personali. Qual è stata la sfida più grande nel trasformare i ricordi privati e intimi dell’infanzia e della giovinezza in una memoria collettiva e accessibile a tutti, preservandone l’autenticità?
Tutta questa vita quotidiana ha consentito l’incontro, lo scambio culturale, la tolleranza. Si lavorava insieme sulle barche, nelle miniere, nei campi. Si andava a scuola e il tuo compagno di banco era tunisino…. Si mangiava insieme, si giocava insieme. Questo libro è scritto da una ragazza tunisina emigrata in Francia e un ragazzo siciliano nato in Tunisia che poi dovrà lasciare. Ed è il primo libro che non si limita a raccontare la storia dell’emigrazione siciliana ma racconta l’altra emigrazione: quella di oggi, simile e uguale. E lo fa attraverso il racconto di due giovani di culture e religioni diverse.
Il titolo evoca un senso di nostalgia (Ya Hasra) e nel testo emerge il dolore della partenza, del distacco dalla terra d’origine. Nelle storie che ha raccolto o vissuto, come si è trasformato nel tempo questo trauma della partenza e come convive oggi, nei protagonisti o nei loro discendenti, l’identità ‘ibrida’ nata sulle rive del Mediterraneo?
Ya Hasra: dipende dal tono della voce quando pronunci questa parola. Può essere malinconica, allegra, triste. Dipende da ciò di cui si parla, dai soggetti: se è un ricordo, allegro o triste, un pezzo della memoria, un momento del passato ormai trascorso. E dunque è intraducibile; viene ancora usata in Tunisia molto spesso. Tornando alla domanda, sono venute a mancare nel corso degli anni le memorie orali, il parlare degli anziani sulla vita quotidiana, su come si viveva e come si è vissuto dopo con la partenza, lo strappo, la déchirure, l’esilio. Gli anziani erano la Storia, vissuta in prima persona. Questo perché ricordavano sia la prima partenza (quella dalla Sicilia) che la seconda (dalla Tunisia ), e infine l’arrivo in un paese che non conoscevano con la storia di milioni di individui. Per ricostruire questa storia abbiamo lavorato attraverso interviste, contatti, viaggi, ascoltando le narrazioni dei loro figli sparsi in Italia e altrove. Scrivere e intervistarli ha consentito di ricostruire vite familiari, condizioni sociali, ricordi attraverso fotografie, documenti, archivi. E’ stato un “passaparola” lento ma affascinante. Il libro che verrà tradotto in Italiano e in Arabo ci aiuterà a diffondere questo lavoro.
Il libro verrà presto tradotto sia in italiano che in arabo. Oggi che il Mediterraneo è spesso raccontato solo come un confine di tensioni e tragedie, che valore politico e culturale assume restituire la memoria di un secolo di fraternità e accoglienza reciproca?


