Un romanzo sulle borgate romane. Paola Musa le racconta senza retorica e senza slogan, restituendo voce a esistenze normalmente destinate a rimanere sullo sfondo. Protagonista di Conciaossa è Michele Miluzzi. Quarantacinque anni, scapolo, ex cameriere, vive, in una borgata nota per lo spaccio di droga, di pensione d’invalidità e coltiva passioni che sembrano appartenere a un’altra epoca: i radiodrammi, la cucina, le fantasie sentimentali attorno a Matilde, amata senza essere ricambiato. È un uomo invisibile, uno di quelli che attraversano le giornate senza lasciare traccia, schiacciato dall’inerzia dei lotti delle case popolari e dal grigiore delle palazzine del quartiere.
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Certo, è tragicomico, ma possiede una sua ostinata dignità emotiva. Il suo vuoto esistenziale trova sfogo nel cibo: cucina e mangia come se l’atto stesso di nutrirsi potesse riempire il silenzio della sua vita. Quando decide di reinventarsi come conciaossa e sensitivo, il romanzo prende una piega che oscilla continuamente fra farsa e malinconia. Michele scopre il piacere elementare di essere finalmente ascoltato, considerato, cercato dagli altri. Le sue “visioni” sulle imminenti retate della polizia, ottenute semplicemente osservando i movimenti del quartiere e friggendo i cibi con anticipo rispetto all’arrivo delle forze dell’ordine per avvertire indirettamente i vicini coinvolti nello spaccio, sono uno dei dettagli più riusciti del libro.
Lui non partecipa allo spaccio, non cerca denaro né potere. Vuole soltanto esistere agli occhi degli altri. Essersi reinventato sensitivo lo danneggia, anziché aiutarlo: il fatto produce conseguenze imprevedibili, mettendolo in relazione con le tensioni sotterranee della borgata, ossia il controllo del territorio, le economie illegali, le solidarietà ambigue tra vicini, il confine sottile fra protezione reciproca e omertà. Comunque Cianciaossa non è un romanzo criminale in senso stretto. Lo sfondo dello spaccio e della marginalità serve soprattutto a mostrare come intere comunità siano costrette a vivere dentro un equilibrio precario dove legalità e sopravvivenza spesso coincidono solo teoricamente. La forza del libro sta soprattutto nello sguardo. L’autrice osserva i suoi personaggi senza paternalismo e senza compiacimento realistico.
Le borgate che racconta non sono soltanto scenografie di degrado urbano, ma luoghi abitati da desideri minuscoli e vitalissimi: il bisogno di compagnia, l’illusione amorosa, la fame di ascolto, il sogno di contare qualcosa. Dentro questi “lotti grigi”, come li definisce implicitamente lo stesso romanzo, convivono emarginazione e resilienza, illegalità e solidarietà, brutalità e tenerezza.
Roberto Campagna



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