È Angelo Palmacci, esponente di Azione Terracina, a richiamare l’attenzione su un fenomeno sempre più evidente in città: il progressivo spegnersi del commercio di vicinato: “A Terracina basta attraversare viale della Vittoria, via Roma o via Lungolinea Pio VI per accorgersi di quanto il paesaggio urbano sia cambiato: serrande abbassate, vetrine spente, cartelli “affittasi” che ingialliscono con il tempo. Dove prima c’erano luci e relazioni, oggi resta un senso diffuso di vuoto. Non si tratta soltanto di una crisi economica, ma di un impoverimento sociale e identitario, amplificato da una stagionalità che accende e spegne la vita urbana. I commercianti non hanno chiuso per scelta: le condizioni per restare aperti sono venute meno da tempo.”
“Il lento spegnersi del commercio di vicinato – prosegue– non era – e non è – inevitabile, ma il risultato di scelte mancate e responsabilità pubbliche troppo spesso eluse. Tra i nodi principali vi è quello degli affitti: locali vuoti convivono con canoni fuori mercato, in un corto circuito che scoraggia chi vorrebbe investire e premia l’immobilismo. Il Comune avrebbe potuto intervenire con incentivi, agevolazioni fiscali o accordi territoriali per rendere sostenibili i canoni. Non farlo ha contribuito allo svuotamento delle strade”.
“A questo si aggiunge – insiste – una fiscalità locale che pesa sulle piccole attività senza considerarne la fragilità, soprattutto in un contesto in cui il lavoro si concentra in pochi mesi. Riduzioni mirate, semplificazioni e sostegni per chi resta aperto tutto l’anno sono strumenti esistenti ma ancora poco utilizzati. Nel frattempo, l’offerta commerciale si è appiattita su attività stagionali, spesso tra loro simili, impoverendo sia il tessuto economico sia i servizi per i residenti. Si è inseguito il turismo “mordi e fuggi”, dimenticando chi vive la città ogni giorno. Il risultato è una città che funziona solo per pochi mesi e perde attrattività nel resto dell’anno. A chi lavora tutto l’anno non si può chiedere di sopravvivere con incassi concentrati in tre mesi. Ed è qui che emerge una responsabilità chiara dell’Amministrazione Comunale: la mancanza di una visione di sviluppo “continuo”: servono eventi fuori stagione (ancora troppo pochi, anche d’estate), servizi adeguati, mobilità efficiente e qualità urbana. Invece, le risorse – già limitate – si sono concentrate quasi esclusivamente sul periodo estivo”.
“È troppo facile parlare di crisi del commercio – sottolinea – quando per anni si è lasciato che le condizioni della crisi crescessero indisturbate. Le serrande abbassate rappresentano anche l’anticamera del degrado urbano: meno attività significano meno sicurezza e meno vivibilità, come dimostrano situazioni evidenti in aree come il Calcatore e il Borgo. Anche qui sono mancati interventi di rigenerazione e riuso degli spazi sfitti. A pesare è anche la difficoltà di accesso: trasporti carenti, parcheggi insufficienti e spazi pubblici trascurati rendono più difficile sostenere il commercio di prossimità. Attribuire la crisi esclusivamente ai cambiamenti dei consumatori o all’e-commerce è riduttivo. Le istituzioni, e in particolare il Comune, avevano strumenti e occasioni per intervenire, ma spesso non lo hanno fatto o lo hanno fatto in modo insufficiente”.
“Così, più che chiudere, molti commercianti hanno smesso di combattere una battaglia diventata impari – prosegue Palmacci – E quando un negozio chiude, non scompare solo un’attività: viene meno un intero sistema che non è stato in grado di sostenerla. Ora serve un cambio di passo. È il momento che tutti si rimbocchino le maniche: il Comune deve promuovere affitti sostenibili, ridurre il carico fiscale, contrastare la monocultura turistica, sostenere una città viva tutto l’anno e migliorare accessibilità e qualità urbana. Non si tratta di misure straordinarie, ma di scelte di buon governo”.
“Ogni serranda abbassata – conclude il Segretario di Azione – non è solo un negozio che chiude, ma un pezzo di città che si spegne. Riaccenderlo è una responsabilità collettiva: servono istituzioni capaci di sostenere i commercianti, proprietari disposti a rientrare in logiche di mercato realistiche, esercenti pronti a innovare e collaborare, e cittadini consapevoli che ogni acquisto sotto casa è un investimento sul proprio territorio. Perché il commercio di vicinato non è solo economia, ma vita, relazioni e identità. Ognuno deve fare la propria parte, senza più alibi. Solo così le serrande oggi abbassate potranno tornare ad alzarsi — e con loro un’intera città”.


