Negli ultimi due giorni, la tensione già molto alta tra Stati Uniti e Iran ha cambiato, si è ulteriormente inasprita.
Leggi sullo stesso argomento
Incidente in scooter fuori Milano, due giovani trovati morti: indagini sulla dinamica
Flotilla fermata da Israele, indaga la Procura di Roma: ipotesi sequestro di persona
Hantavirus sulla nave da crociera Hondius: contagi precedenti all’imbarco, tre vittime confermate
Dalle notizie che giungono dalla Casa Bianca — tra riunioni ad alto livello e rapporti con i vertici militari — sembrerebbe che lo spettro di un attacco “a breve” non sia più solo un’idea per Donald Trump, ma un’opzione sempre più reale.
Come riporta l’agenzia Adnkronos, fonti autorevoli del governo statunitense descrivono una situazione divisa a metà tra la pista diplomatica ancora aperta e opzioni militari al vaglio. Da una parte, infatti, si aspetta una proposta scritta dall’Iran dopo i colloqui indiretti a Ginevra, dall’altra invece si concretizza la minaccia con le forze militari pronte a schierarsi in tempi record.
Non si parla più, dunque, di ipotesi lontane ma di piani operativi veri, che includono colpi mirati agli impianti nucleari, campagne aeree contro difese e missili, o persino strategie per indebolire la leadership iraniana.
Secondo gli analisti, sono almeno quattro i fattori che stanno spingendo la crisi verso un punto critico:
- Linee rosse inconciliabili
Washington chiede la fine del programma nucleare e lo stop ai missili balistici; Teheran rivendica il diritto all’arricchimento e considera i suoi missili parte della deterrenza nazionale. Quando le richieste non si incontrano, si apre un “gioco a tempo” in cui o una delle due parti cede o la crisi accelera. - Pressione militare come leva negoziale
Preparare e rafforzare gli schieramenti armati non è soltanto difesa: è un messaggio politico diretto a Teheran e agli alleati regionali. Ma ogni nuovo asset aumenta il rischio di incidenti ed escalation non intenzionale. - La strategia di deterrenza iraniana
Teheran può aumentare il rischio, come dimostrato dalle esercitazioni e dalle chiusure temporanee. - Israele e la dimensione regionale
Il Paese di Netanyahu è ambizioso e punta a obiettivi non da poco, un avvicinamento a Washington moltiplicherebbe la tensione su Teheran e le opzioni militari.
La risposta iraniana a un eventuale attacco di Trump potrebbe avvenire in diversi modi.
Si potrebbe puntare a una risposta diretta con droni e missili indirizzati non solo nella regione statunitense, ma anche a tutte le basi, i radar, gli asset navali e Israele (opzione più temuta dagli Stati del Golfo).
Una seconda possibilità potrebbe riguardare i proxy e l’“asse della resistenza”: l’appoggio di Iraq, Libano, Siria e Yemen per la distribuzione di armi.
Una terza risposta potrebbe essere l’alterazione (non necessariamente la chiusura) dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 25% del petrolio mondiale e che potrebbe destabilizzare il costo e il traffico dell’energia a livello globale.
Un ultimo possibile scenario è quello del cyber attacco alle infrastrutture più delicate come energia, finanza e logistica, si tratterebbe di un attacco difficile da gestire e da attribuire.
Esiste, tuttavia, anche uno spiraglio diplomatico, che però è il più instabile. Si tratta dell’attesa di una risposta dell’Iran e di ulteriori tavoli di negoziazione. Adnkronos riporta che, secondo l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo, Trump starebbe negoziando per dimostrare la “buona fede” del proprio operato, e che l’opzione militare diventerebbe inevitabile qualora la proposta di Teheran fosse ritenuta insufficiente.


