SEZZE: un paese diviso, dove tutti parlano a se stessi e nessuno ascolta l’altro

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO una nota di Daniele Piccinella, manager di un’azienda privata per la quale si occupa di marketing e comunicazione

Basta poco per capire che la nostra comunità, Sezze, è attualmente profondamente divisa e lacerata da prese di posizioni rigide e arcaiche. Leggendo articoli e comunicati vari, stando anche in mezzo alle persone e ascoltando i loro discorsi ti accorgi di quanto siamo figli di un ‘900 che ci ha lasciato come eredità muri e palazzi in cemento armato, i primi per separare le persone e governarle, i secondi per rinchiudersi dentro le proprie zone di confort e per avere sempre ragione. Così tutti parlano a sé stessi o massimo a quelli che reputano schierati dalla loro parte e nessuno parla all’altro. Gli opinion leader del centro sinistra fanno appello alle persone del centro sinistra e la stessa cosa fanno a destra con il proprio elettorato. Ci riuniamo e ci vediamo solo con quelli che la pensano come noi, gli allineati, e dopo fiumi di parole e ragionamenti vari che ci autoesaltano ci autoconvinciamo che la ragione sta dalla nostra parte. Per non parlare dei valori tanto sbandierati. Come se i valori avessero un colore politico chiaro e di conseguenza il buono stesse da una parte e il cattivo dall’altra. Un amico mi ha fatto riflettere che non esiste il buono buono e il cattivo cattivo. È vero. Esistono invece le persone e quelle vanno ascoltate, perché se manca l’ascolto dell’altro muore la comunità e con essa i valori della condivisione, della tolleranza e dell’inclusione.

Oltre agli “arroganti” della ragione ci sono i grandi esperti del consenso elettorale, quelli che fanno pronostici certi, quelli che sanno già chi vincerà e perderà con certezza e la loro certezza è fondata  sulla presunta conoscenza delle persone; persone che però loro reputano oggetti, visto che li contano in “pacchetti” di voti, o capre dirette da un bastone, meglio da uno o più capobastone. Tutti parlano, tutti sanno ma nessuno parla all’altro, nessuno è disposto ad ascoltare, a mettere in dubbio la propria posizione e aprirsi a nuove visioni. Il dubbio è la base del bene, chi ha dubbi è una brava persona. Ho paura di chi possiede certezze assolute. In questa categoria annoveriamo terroristi, estremisti religiosi, tiranni e dittatori. Il mondo sta cambiando, c’è un’evoluzione in corso che possiamo cogliere soltanto se usciamo fuori dai nostri palazzi in cemento armato e se abbattiamo quei muri che ci dividono dall’altro. La società sta diventando sempre più «liquida» e flessibile e riusciremo a leggere i cambiamenti soltanto se ascoltiamo e osserviamo l’altro senza pregiudizio. Se non esci dai quei palazzi politicamente religiosi perdi di vista i cambiamenti e quello che accade intorno a te e ti accorgi troppo tardi che le tute blue americane votano Trump e gli operai metalmeccanici e gli autisti del trasporto pubblico si riconoscono nelle parole di Salvini. È meravigliosa l’immagine che evoca Baricco in The Game in merito dell’incontro di Mark Zuckerberg al Senato americano: da una parte un ragazzino che stava creando futuro e dall’altra uomini vecchi, potenti con i loro portaborse ancorati alle loro vecchie ideologie politiche novecentesche, fermi, immobili con la loro incapacità di capire il futuro e la paura di perdere i privilegi. Zuckerberg diceva soltanto una frase «vogliamo connettere le persone». Il Novecento le vuole dividere le persone. Le ideologie nascono come movimento e gli uomini le tramutano in monumenti, statue immobili che non dicono più nulla. Diceva Leo Longanesi, le rivoluzioni nascono per strada e finiscono a tavola.

Vi siete accorti che alle manifestazioni culturali, spesso anche di spessore, del nostro paese è assordante la mancanza di giovani e ragazzi? Che risposta vogliamo dare a questa mancanza? Salire in cattedra e puntare il dito dicendo che questa è una generazione disinteressata e persa? Che ascoltano solo musica Trap mentre noi uomini e donne istruiti e acculturali ascoltavamo i cantautori? Oppure decidiamo di “abbassare” lo sguardo e appuntire le orecchie verso i bisogni e la voce dei nostri ragazzi?  Forse va rivisto il modo di comunicare e pensare degli eventi. Se facciamo eventi e scriviamo post dove parliamo a noi stessi e ai nostri follower non aggiungiamo valore a nessuno. Cosa sappiamo dei nostri ragazzi? Non sappiamo un bel niente! Lo sappiamo che a Sezze c’è un giovane che gestisce uno dei profili Instagram più grandi d’Italia che si occupa di Mafia e legalità con dirette in cui si collegano deputati della Repubblica per parlare di questi argomenti? No, non lo sappiamo perché continuiamo a parlare soltanto a noi stessi. E allora cosa fare? Invece di fare appelli (rivolti spesso a noi stessi o ai nostri affezionati lettori) è il momento di fare un manifesto, il manifesto dell’ascolto reciproco, un atto di questo tipo: «Mi impegno ad ascoltarti senza pregiudizio e barriere ideologiche perché tu sei prezioso quanto lo sono io; per programmare il futuro della nostra Comunità ho bisogno di capire davvero la realtà che mi circonda e lo posso fare solo ascoltandoti».

Daniele Piccinella

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