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Lettura: L’EDITORIALE | Il paradosso italiano: il calcio si ferma, lo sport corre
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Mondoreale > Blog > Speciali > Editoriali > L’EDITORIALE | Il paradosso italiano: il calcio si ferma, lo sport corre
Editoriali

L’EDITORIALE | Il paradosso italiano: il calcio si ferma, lo sport corre

Ultimo aggiornamento: 1 Aprile 2026 12:19
Simone Di Giulio Pubblicato 1 Aprile 2026
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C’è un paradosso evidente, sotto gli occhi di tutti, che però fatichiamo ancora a riconoscere fino in fondo: mentre il calcio italiano si è progressivamente fermato, il resto dello sport nazionale ha accelerato come mai prima. Dal 2014 in poi, il calcio non vive più una crisi episodica, ma una difficoltà strutturale. Le mancate qualificazioni ai Mondiali (con quella di ieri arriviamo a quota 3 nelle assenze all’interno della massima competizione sportiva al mondo) non sono stati incidenti di percorso, ma segnali chiari di un sistema che ha smesso di evolversi. Il livello medio si è abbassato, la produzione di talenti si è fatta discontinua, la competitività internazionale dei club è diventata sporadica. Eppure abbiamo continuato a raccontarci un’altra storia. Abbiamo trasformato il trionfo del 2006 (giunto al culmine, oltretutto, di uno dei momenti strutturalmente più complicati per il sistema calcio) in un rifugio emotivo permanente. E, soprattutto, abbiamo vissuto la vittoria dell’Europeo 2021 come una conferma della nostra grandezza, quando forse era – più realisticamente – una straordinaria eccezione. Quel successo, costruito da un gruppo compatto e guidato da un’idea forte, non nasceva da una filiera consolidata, ma dalla capacità di massimizzare le risorse disponibili. Non a caso, subito dopo, il sistema è tornato a mostrare tutte le sue fragilità. Il problema è culturale prima ancora che tecnico. Il calcio italiano continua a guardarsi l’ombelico: dibattiti autoreferenziali, polemiche settimanali, una costante ricerca del colpevole del momento (oggi Bastoni e il gruppo Inter, ieri Ventura sciaguratamente messo alla guida della Nazionale per mancanza di alternative, domani chissà cosa). Ma pochissima riflessione sulla programmazione. Settori giovanili non valorizzati come dovrebbero, infrastrutture spesso inadeguate, scarsa fiducia nei giovani, una visione ancora troppo legata al breve periodo.

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E mentre il calcio resta fermo, il resto dello sport italiano dimostra che un’altra strada è possibile. Nel tennis, l’Italia è passata da comparsa a protagonista. Jannik Sinner rappresenta la punta di un movimento che oggi ha profondità, mentalità internazionale e continuità. Non è un caso isolato: Matteo Berrettini, Lorenzo Sonego, Flavio Cobolli, Lorenzo Musetti sono la nuova generazione in crescita e testimoniano un lavoro strutturato, portato avanti negli anni. Nell’atletica, il 2021 ha segnato una svolta storica, ma non casuale. Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi sono diventati simboli di un sistema che ha investito in centri tecnici, preparazione e supporto agli atleti. Dietro le medaglie c’è una progettazione che parte da lontano. E i risultati arrivati di recente e con giovanissime leve, Iapichino, Dosso, Battocletti e Mattia Furlani, testimoniano la bontà delle scelte messe in campo dai vertici sportivi di quelle discipline nelle quali gli atleti guadagnano mediamente un millesimo rispetto ai calciatori. Negli sport invernali, la continuità è la vera forza: Sofia Goggia e Federica Brignone non sono meteore, ma il risultato di un movimento che da anni lavora con metodo, strutture adeguate e visione internazionale. E sono due modelli che i nuovi atleti stanno seguendo cercando di imitarli, proprio come le due campionesse hanno fatto con Compagnoni, Kostner e Tomba. La pallavolo è forse il modello più virtuoso. Un sistema che funziona a tutti i livelli, capace di rinnovarsi senza perdere competitività. Talenti valorizzati, crescita continua, risultati costanti, sia al maschile che al femminile, con gli ultimi anni soprattutto che sono stati autentica goduria sportiva. E poi ci sono segnali ancora più interessanti, perché meno scontati. Il baseball italiano, grazie anche al lavoro della Federazione Italiana Baseball Softball, sta crescendo in modo silenzioso ma concreto, investendo su formazione, strutture e competitività internazionale. In tutti questi sport c’è un filo rosso evidente: programmazione, investimento, apertura mentale, capacità di guardare fuori dai propri confini e imparare.

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Esattamente ciò che manca oggi al calcio italiano. Perché il talento, in Italia, non è mai mancato. Quello che è venuto meno è il sistema capace di coltivarlo, accompagnarlo e valorizzarlo. Gli altri sport lo hanno capito. Il calcio, invece, continua a inseguire il presente, senza costruire il futuro. Ed è proprio questo il vero paradosso: il Paese funziona, lo sport funziona. Ma non nel suo sport più rappresentativo. Forse è arrivato il momento di smettere di rifugiarsi nei ricordi e iniziare a guardarsi intorno. Perché le soluzioni, in fondo, sono già davanti ai nostri occhi.

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