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Mondoreale > Blog > Speciali > Editoriali > Quel 28 maggio che Sezze non ha mai dimenticato
Editoriali

Quel 28 maggio che Sezze non ha mai dimenticato

Ultimo aggiornamento: 27 Maggio 2026 20:25
Simone Di Giulio Pubblicato 28 Maggio 2026
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Cinquant’anni fa ero nella pancia di mia madre. Avrei dovuto aspettare ottobre per vedere il mondo, ma quel 28 maggio 1976, senza saperlo, stavo già ascoltando una città cambiare voce.

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È una sensazione strana da spiegare, quasi impossibile. Perché quando nasci in un posto piccolo come Sezze certe storie non le studi soltanto. Le assorbi. Ti crescono accanto. Restano appese ai discorsi dei grandi, alle pause improvvise durante le cene, ai racconti fatti a bassa voce nei bar o nelle sezioni politiche. E così, anche chi non era ancora nato, in qualche modo ha sempre saputo cosa significhino quei colpi di pistola esplosi in una sera di fine maggio.

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Sezze, quel giorno, non era soltanto un paese in campagna elettorale. Era uno specchio dell’Italia di allora: passioni incandescenti, ideologie vissute come identità assolute, tensioni continue. La politica non era un rumore di fondo come spesso accade oggi. Era presenza quotidiana, scontro, appartenenza. Si litigava ovunque: nelle piazze, nei circoli, davanti ai negozi, persino dentro le famiglie.

Poi arrivò quella sera.

Il comizio del deputato missino Sandro Saccucci, la tensione crescente, gli scontri, il caos. E infine gli spari. A terra rimase Luigi Di Rosa, appena 21 anni. Una morte che ancora oggi rappresenta una delle ferite più profonde nella memoria collettiva della città e una delle pagine simbolo degli anni di piombo italiani.

Chi c’era ricorda dettagli diversissimi tra loro. C’è chi parla del rumore improvviso della folla che correva. Chi ricorda le urla. Chi il silenzio arrivato subito dopo. E poi le sirene, la paura, la notte che sembrò infinita, la mattina con le decine di telecamere che vennero in paese a cercare qualcosa, qualcuno che raccontasse cosa avesse visto, cosa avesse sentito.

Ma forse la cosa più impressionante è che quel giorno non è mai finito davvero. Perché a Sezze il nome di Luigi Di Rosa non è diventato soltanto una statua nel luogo dove trovò la morte, una commemorazione o una fotografia in bianco e nero. È rimasto dentro la coscienza della città. Come succede con certe ferite che il tempo non cancella ma trasforma.

Per chi è nato dopo, quella vicenda è stata per anni quasi un racconto sospeso. C’erano le versioni dei padri, quelle degli zii, quelle dei militanti, quelle degli amici. C’erano le divisioni politiche, inevitabili. Ma col passare del tempo è rimasto soprattutto il peso umano di quella perdita. Perché dietro le ricostruzioni storiche, i processi, le polemiche e le appartenenze, c’era un ragazzo di 21 anni che quella sera non tornò a casa.

E c’erano genitori che persero un figlio.

Forse è questo che oggi, a cinquant’anni di distanza, colpisce più di tutto. La distanza enorme tra la leggerezza della vita quotidiana e la brutalità con cui certi momenti riescono a spezzarla. Magari quel pomeriggio qualcuno stava pensando alla cena, qualcun altro al lavoro del giorno dopo, qualcun altro ancora a un’estate che stava arrivando. Poi improvvisamente la storia irrompe nelle strade di una città e niente resta davvero uguale.

Io, in quel momento, non ero ancora nato. Eppure quella vicenda, come per tanti della mia generazione, è sempre stata presente. Non come un semplice fatto di cronaca, ma come qualcosa che appartiene al DNA emotivo di questa comunità.

Crescendo, ho imparato che Sezze sa essere dura, passionale, orgogliosa, persino feroce nelle sue divisioni. Ma sa anche custodire la memoria. E forse ricordare oggi Luigi Di Rosa significa proprio questo: togliere quella morte dalla prigionia delle tifoserie ideologiche e riconsegnarla alla memoria civile di tutti.

Perché certe tragedie non dovrebbero mai servire ad alimentare nuovi muri. Dovrebbero invece insegnare il valore del limite, delle parole, della responsabilità. Cinquant’anni dopo, resta una città cambiata, un’Italia profondamente diversa e una ferita che continua a parlare sottovoce a chi sa ascoltare.

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TAGGATO:28 maggio 1976importanteluigi di rosaSezze
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