Con 405 voti contrari la Camera ha respinto la mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri presentata dal Movimento 5 Stelle per il caso Fonsai. A favore 154, 3 gli astenuti. Presenti 562 deputati. Il Guardasigilli, nel suo intervento alla Camera, aveva dichiarato: “Non esiste nessuna giustizia di classe. La situazione di Giulia Ligresti era già nota sia alla magistratura torinese che all’amministrazione penitenziaria prima della mia telefonata. Quindi non vi è stato nessun inconsueto zelo, né un’anomala tempestività, meno che mai generata da un mio intervento come adombrato da qualcuno, ma un’ordinaria attività di prevenzione che si è sviluppata in maniera assolutamente autonoma, come dimostra la scansione temporale degli avvenimenti. Non vi è stato nessun favoritismo – ha concluso la Cancellieri – né interventi calati dall’alto e questo è ciò che dicono i fatti. Non ho mentito al Parlamento, né ai magistrati su alcun elemento di fatto che poteva essere utile a chiarire ogni aspetto della vicenda”. La discussione in aula era iniziata con l’intervento di Tancredi Turco del Movimento 5 Stelle, che aveva affermato: “Ministro lei ha la fiducia del governo, ma non quella del Parlamento. E’ già stata sfiduciata dai cittadini italiani”. I deputati grillini hanno poi fatto squillare contemporaneamente i loro cellulari, puntandoli verso il Guardasiglli, gridando “Dimissioni, dimissioni”. Il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, parlando in aula ha dichiarato: ”Noi annunciamo una fiducia morale e convinta al ministro. Mentre questa è una fiducia in maschera. Oggi il Pd infila un cappio doppio attorno al collo del premier”. Il segretario del Pd Guglielmo Epifani ha confermato la fiducia al ministro della Giustizia e le ha chiesto di continuare il suo lavoro. Giuseppe Civati in aula ha dichiarato: “Dopo aver ascoltato il ministro, mantengo il mio disagio ma per disciplina mi unirò al voto del partito”.
Cancellieri, il Parlamento conferma la fiducia al ministro dopo il caso Ligresti


