C’è una filastrocca che ogni tifoso nerazzurro conosce a memoria: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suárez, Corso. Undici nomi che raccontano un’epoca irripetibile del calcio italiano e mondiale. Uno di quei nomi si è spento nella notte: Sandro Mazzola è morto all’età di 83 anni, e con lui se ne va uno dei più grandi calciatori che abbiano mai vestito la maglia nerazzurra.
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Lo ha annunciato l’Inter in un comunicato che non nasconde il dolore: “È stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra.” Un omaggio dovuto a chi nell’Inter ci era entrato a otto anni e non ne era mai più uscito davvero, nemmeno dopo aver appeso gli scarpini al chiodo.
La storia di Sandro Mazzola ha radici tragiche e profonde. Aveva poco più di sei anni quando suo padre Valentino morì nella strage di Superga, il 4 maggio 1949, insieme a tutta la grande squadra del Torino. Quel peso enorme sulle spalle non lo schiacciò: lo trasformò. Il calcio era nel sangue dei Mazzola, e Sandro lo dimostrò fin da subito. Il 10 giugno 1961, in una Juventus-Inter passata alla storia perché Moratti e Herrera schierarono la Primavera per protesta, il diciottenne Mazzola segnò su rigore il suo primo gol in Serie A. Un segnale chiarissimo di quello che sarebbe venuto.
Sotto la guida di Helenio Herrera, Sandro Mazzola divenne l’emblema di una squadra che dominò l’Europa. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali. Il primo trionfo europeo nel 1964 contro il Real Madrid porta la sua firma: sette gol in quella Coppa dei Campioni, sufficienti a farne il capocannoniere della competizione. L’anno dopo fu capocannoniere anche in Serie A con 17 reti. Nel 1971 arrivò secondo al Pallone d’Oro, dietro soltanto a Johan Cruyff.
Finita la carriera da calciatore, Mazzola non lasciò mai l’Inter. Come dirigente e direttore sportivo regalò ai tifosi nerazzurri uno dei momenti più emozionanti degli anni Novanta: fu lui, insieme a Massimo Moratti, a convincere Ronaldo il Fenomeno a vestire la maglia nerazzurra. Una storia nella storia, per un uomo che con l’Inter aveva un legame viscerale e totale.
L’ultimo desiderio che aveva espresso era semplice, quasi pudico, come ricorda il club nel suo comunicato: “Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere.” Lo era, senza dubbio. E la storia lo ricorderà così.


