Un discorso alla nazione in prima serata, l’annuncio della declassificazione di documenti riservati e accuse durissime alla Cina. Donald Trump ha alzato il livello dello scontro con Pechino accusando la Repubblica Popolare di aver perpetrato, a partire dal ciclo elettorale del 2020, quella che definisce «la più grande violazione di dati elettorali della storia», sottraendo illecitamente le informazioni di 220 milioni di elettori statunitensi. «Documenti recentemente declassificati rivelano che, nel corso di diversi anni a partire dal ciclo elettorale del 2020, la Repubblica Popolare Cinese ha perpetrato quella che si ritiene essere la più grande violazione di dati elettorali della storia, acquisendo illecitamente i dati di 220 milioni di elettori statunitensi», ha dichiarato il presidente nel suo intervento televisivo. Secondo Trump i dati sottratti comprenderebbero nomi, indirizzi, numeri di telefono, preferenze politiche e altri dati sensibili legati alla registrazione al voto.
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Il presidente ha sostenuto che la Cina avrebbe agito per favorire Joe Biden, arrivando a tentare di «fabbricare schede illegali», e ha accusato i membri del «Deep State» di aver cercato di sopprimere le informazioni. Ha quindi annunciato di aver incaricato le agenzie competenti di indagare «sull’insabbiamento delle interferenze cinesi». Una prima analisi dei documenti declassificati, riportata dalla CNN, rileva che il materiale riguarda in gran parte vulnerabilità già note, contenute in una valutazione dell’intelligence statunitense del 2021, e sottolinea che non emergono elementi che dimostrino alterazioni dei voti o dei risultati delle elezioni del 2020, del 2022 o del 2024. Anche il giornalista conservatore John Solomon, che ha collaborato con la Casa Bianca alla pubblicazione dei documenti, ha riconosciuto dopo il discorso che la comunità dell’intelligence dispone di «zero prove che una potenza straniera abbia modificato un voto nel 2020, nel 2022 o nel 2024».
La Cina ha definito le affermazioni di Trump «pure invenzioni». Dal fronte interno, il governatore della California Gavin Newsom ha replicato che «le frodi elettorali sono estremamente rare, e quasi sempre commesse da cittadini americani». Il discorso ha sollevato preoccupazioni tra i democratici e diversi esperti di sicurezza elettorale, che temono si stia costruendo un terreno narrativo in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, con i repubblicani dati come possibili sfavoriti dai sondaggi.
Nel corso dell’intervento Trump ha anche minacciato di revocare le licenze ad ABC e NBC, che non avevano trasmesso il discorso, accusandole di voler «proteggere la sinistra» e di essere «parte del complotto». Ha inoltre toccato brevemente altri temi: sull’economia ha dichiarato che Wall Street «avanza di record in record» e che l’inflazione ha registrato il dato migliore degli ultimi sei anni; sulla politica estera ha affermato di aver «vinto in Venezuela» e di star vincendo «in Iran».


