Con lo Stretto di Hormuz di fatto off-limits, dopo il lancio dell’operazione militare Operation Epic Fury da parte di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani, i mercati energetici hanno reagito con forte variabilità, alimentando i timori di nuovi rincari su gas e benzina. Dunque, il mercato resta appeso alle tensioni geopolitiche.
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Il passaggio marittimo è strategico e da lì transita circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Il WTI si è riportato poco sotto i 75 dollari al barile, mentre il Brent ha superato gli 82 dollari.
Ma a preoccupare è soprattutto il gas, dal momento in cui, in Europa, i future TTF olandesi hanno vissuto ore di estrema volatilità. Infatti, dopo aver toccato i 56 euro/MWh, sono poi scesi sotto i 48 euro, con un calo fino al 12% in giornata. In circa 48 ore i prezzi sembrano quasi raddoppiati, complice lo stop alla produzione in Qatar per presunti attacchi a impianti energetici e il rischio di un’offerta globale più scarsa.
Un parziale raffreddamento è arrivato dopo indiscrezioni del The New York Times su possibili trattazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Israele, ma i livelli restano ben superiori a quelli precedenti all’escalation. Se la crisi dovesse protrarsi, l’impatto potrebbe riflettersi rapidamente anche sui prezzi alla pompa e sulle bollette energetiche.


