L’iniziativa di Maenza, per la presentazione del libro Monte Inferno, nasce da un pensiero affettuoso di Giovanni Bizzarri e Luca Morazzano, con il Patrocinio del Comune di Maenza, della Pro Loco e dall’Associazione Borgo Aperto. Sarà un incontro dedicato non solo al libro, ma anche al ricordo di due uomini giusti: Umberto Cacciotti ed Eldo Riccardi.
Umberto era sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio presso la Digos. Mancavano pochi anni alla pensione quando, insieme al funzionario dirigente Riccardi, effettuò un sopralluogo alla discarica di Borgo Montello, su mandato del Tribunale di Latina. Durante l’ispezione, i due inciamparono in un fusto interrato. Fu un attimo: il fusto si ruppe, liberando nell’aria un gas velenoso. Inalarono quel veleno senza neppure rendersene conto. Nel giro di poco tempo si ammalarono entrambi di tumore. E nel giro di poco tempo se ne andarono. Due servitori dello Stato, morti per aver fatto il proprio dovere. Due vittime della camorra e della voracità economica dei vari proprietari della discarica che, succedutisi nel tempo ad Andrea Proietto, non esitarono a stringere affari con la criminalità organizzata, spartendosi i profitti dello smaltimento illecito di rifiuti tossici e nocivi. Non furono gli unici.
Operai, autisti, guardiani — uomini che lavoravano di notte, che vivevano del loro lavoro — si ammalarono e morirono, spesso in silenzio, colpiti da malattie rapide e violente. Le chiamano “morti bianche”, ma non c’è nulla di bianco nella morte di chi perde la vita solo per aver svolto il proprio mestiere, spesso senza sapere quanto fosse pericoloso. Gente perbene, rispettata, che ha avuto il solo torto di trovarsi nel posto sbagliato a fare la cosa giusta. A Maenza ricorderemo Umberto Cacciotti ed Eldo Riccardi. Li ricorderemo come uomini, come poliziotti, come simboli di un’Italia onesta che non si piega.
La nostra speranza è che le istituzioni non voltino più lo sguardo altrove, e che i familiari di queste vittime abbiano finalmente giustizia — non solo nei tribunali, ma nella memoria collettiva. Perché la verità non è un atto giudiziario: è un atto di dignità.



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