Un’arricchente mattinata di dialogo e di confronto ha visto protagonisti, oggi, gli studenti dell’ITC Vittorio Veneto-Salvemini e Fiammetta Borsellino.
La figlia del celebre magistrato ucciso dalla mafia in quella che è passata alla storia come la “strage di Via D’Amelio”, da sempre impegnata insieme ai due fratelli – Manfredi e Lucia – nel mantenere viva la memoria ma soprattutto l’impegno del padre, negli ultimi anni si dedica a tempo pieno agli studenti, incontrandoli nel luogo in cui trascorrono più tempo al di fuori di casa, nelle scuole.
Stamattina è tornata a Latina dove, in due ore piene e intense, si è instaurata una vera e propria chiacchierata tra Fiammetta e i ragazzi, attenti e partecipi, che con le loro (tante) domande hanno offerto ulteriori spunti di riflessione e di approfondimento su un tema fin troppo complesso.
Il perno di questo scambio sono stati proprio i giovani, nei quali lo stesso Paolo Borsellino riponeva piena fiducia. Convinto che non si nascesse mafiosi, ma lo si diventasse, il magistrato si dedicava ai giovani, agli studenti, ed è l’attività che ha scelto di proseguire anche sua figlia, non per combattere da dentro un sistema, ma per evitare la nascita di nuovi consensi.
«Al mondo della scuola, insieme a quello della magistratura, mio padre ha dedicato moltissimo tempo convinto che la vera lotta alla mafia non si fa né con le pistole né con le giuste conoscenze, ma con il sapere, con la scuola, con la cultura. Non è un caso che lui abbia dedicato moltissimo tempo a parlare nelle scuole.», ha sottolineato Fiammetta Borsellino.
Durante l’incontro Fiammetta ha raccontato di Paolo Borsellino bambino, uomo e padre. Un bambino nato in una terra, la Sicilia, intrisa di quel male incurabile che è la criminalità organizzata e che durante i primi anni di vita giocava a pallone con quelli che sarebbero diventati uomini pericolosi su cui avrebbe indagato e che avrebbe cercato di far redimere. Paolo Borsellino uomo che ha fatto scelte importanti, in primis quella di non cadere in tentazione ma di combatterla, dedito ai figli e alla famiglia, da sempre coinvolti e che mai hanno mancato il sostegno al suo lavoro.
Paolo Borsellino, un magistrato che non lavorava per arrestare un mafioso, ma per scavare all’interno e far emergere l’uomo che vi era dentro, fargli ammettere le proprie colpe e rimediare a esse. Un magistrato che lavorava, con fiducia ed empatia, per il cambiamento.
Paolo Borsellino, un magistrato che insieme ad altre personalità ha speso tutto il proprio tempo per apportare un cambiamento alla mentalità sbagliata dei suoi concittadini, la stessa che gli ha tolto la vita.
Ed è giusto, a distanza di quasi trentaquattro anni, mantenerne sempre più viva la memoria parlandone in ogni modo e con qualunque mezzo, soprattutto a quei giovani di cui Borsellino era appassionato, perché è di loro che più di tutto si nutre il consenso pericoloso e sbagliato della malavita organizzata.


