Lavorare sempre e vivere meno. Sembra un po’ un mantra che ci portiamo dietro, recitandolo ogni giorno, convinti della sua verità profonda. Ma è davvero così? La modernità è caratterizzata da un peso invisibile: la fretta. La fretta della produttività costante e di un’ottimizzazione che sta profondamente influenzando i processi psicologici, relazionali e persino identitari di ognuno di noi. Sì, perché indistintamente sta andando a colpire le nuove generazioni: partendo dai millennial, arrivando alla Gen Z. L’idea di base è senza ombra di dubbio ius contesto socio-culturale definito iper-accelerato, che in un certo qual modo genera vulnerabilità, difficoltà nella mentalizzazione, e se vogliamo anche scarse capacità di autoregolazione. Ma cos’è che inseguiamo esattamente? Viviamo all’interno di un paradigma culturale dove il valore personale risulta sempre più in termini di efficienza, performance, ma anche disponibilità costante. Ma verso cosa, verso chi? Verso il lavoro. La ricerca di una soddisfazione derivante da consensi esterni, dal guadagno, da una stabilità ricercata e ottenuta “solamente” in funzione del lavoro, una sorta di “religione della produttività” che impatta in modo diretto anche sulla salute mentale. Oggi in effetti, sembra non essere tanto più importante il “chi sei” quanto più il “che lavoro fai”, andando così a fondere in una malgama che porta ad iper considerare lo status professionale attraverso una lente di iperidentificazione con il ruolo professionale. Una volta si diceva, “siamo ciò che mangiamo”, oggi oserei dire “siamo il lavoro che facciamo”, che per certi versi, per carità, lo status definisce i contorni di ciò che siamo, ma in profondità? In profondità cosa rimane? Rimane spesso un vuoto sottile, anche difficile da decifrare. Rimane un senso di scollamento tra ciò che facciamo e ciò che siamo davvero. Una discrepanza identitaria che genera ansia, ma anche senso di inadeguatezza, fatica emotiva.
Perché quando il nostro valore personale si appoggia quasi interamente sulla dimensione lavorativa, ogni inciampo professionale può tramutarsi in una ferita narcisistica, ogni pausa un fallimento, ogni momento “non produttivo” un presunto segnale di arretratezza. In questo senso la psicologia ci può aiutare: legare la stima di sé al rendimento significa costruire un’identità fragile, che tra le altre cose risulta essere costantemente esposta agli sbalzi del mondo esterno. E questo non riguarda solo chi ambisce a carriere competitive: coinvolge studenti, giovani adulti, professionisti precari, lavoratori saturi, genitori che cercano di conciliare mille ruoli. Nessuno sembra escluso da questo vortice della hurried culture. Il paradosso è che, nell’inseguire ostinatamente il lavoro come principale fonte di riconoscimento, perdiamo gradualmente accesso alle parti più nutrienti della nostra esperienza umana: le relazioni autentiche, la cura del corpo, il tempo della riflessione, il gioco come spazio mentale di libertà, la lentezza come condizione per sentire davvero. Elementi che apparentemente non “producono” nell’immediato, ma che costituiscono l’impalcatura della nostra salute mentale. E allora, la domanda non è più “che lavoro fai?”, ma “quante parti di te stai sacrificando per poterlo dire ad alta voce?”. Perché il rischio è quello di ritrovarsi adulti veloci, efficienti, performanti, ma psicologicamente anemici: capaci di lavorare senza sosta, ma incapaci di godere davvero della vita che il lavoro dovrebbe sostenere. Recuperare le cose importanti significa, oggi più che mai, compiere un atto di resistenza psicologica: rallentare quando il mondo accelera, dare valore (valore VERO) alla qualità del tempo e non solo alla sua produttività, riconoscere che l’identità non può ridursi a una professione. Significa ricordare che la vita non è fatta per essere gestita come un’agenda, ma per essere abitata. E forse, nel momento in cui smettiamo di inseguire la produttività come se fosse un destino, possiamo finalmente tornare a chiederci non solo cosa facciamo, ma chi stiamo diventando.


