La nuova mostra personale di Gabriella Morbin presenta dipinti strettamente romani, tutti recenti, molti inediti e alcuni creati appositamente per l’occasione: una sinfonia di immagini di una città guardata non secondo un principio universale, ma secondo il criterio del tutto personale ed emozionale dell’artista. Dalle rovine dell’antichità agli edifici degli anni Duemila, ciò che la cattura e che la induce a rappresentare quel dato luogo è la qualità visiva colta in un contesto luminoso particolare, la struttura geometrica sottostante e il potenziale visuale.
Un metodo compositivo e pittorico che si assimila alla scrittura delle partiture, dove ogni frase, per quanto conclusa, si deve legare alla seguente.
Prima di tutto lo scheletro, il tema portante: il disegno – spesso dal vero – appunto annotato in acquarello per ricordare la realtà com’è, ma anche per catturare le sensazioni: luci, ombre, toni che trascolorano in altri, accenti visivi e tutta la gamma delle emozioni.
Linee ripetute, geometrie e simmetrie evocano un certo ritmo, creando una vera melodia visiva.
La mostra ospita anche una selezione dei taccuini d’artista di Gabriella Morbin: non uno svelare il trucco del prestigiatore, ma il diario autonomo di giornate passate a osservare il paesaggio romano incantandosi anche di fronte a dettagli che sfuggono al passante. Perché, come spiega l’autrice, il disegno è il suo strumento elettivo per osservare e conoscere.


