Quando questo articolo vedrà la luce, Luigi Di Rosa sarà morto da 44 anni, colpito due volte e ucciso da una mano armata vigliacca, quel 28 maggio 1976; una mano poi di nuovo inghiottita nell’oscurità dell’abitacolo di quell’auto che da Ferro di cavallo fuggì, senza pietà. Poco prima, dal palco innalzato in piazza IV Novembre, Sandro Saccucci, esponente di rilievo del Movimento Sociale Italiano, insieme a un gruppo di fedeli seguaci di nota matrice fascista, aveva minacciato la folla contrariata dal nero comizio: «Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con queste…». Così, iniziò a sparare.
Poi Saccucci e i suoi compari si diedero alla fuga. Luigi Di Rosa, 21 anni, studente, militante del PCI e iscritto alla FGCI trovò la morte.
Quando questo articolo vedrà la luce, Luigi Di Rosa sarà morto da 44 anni. Con il tempo, questo numero crescerà sempre più e Luigi Di Rosa resterà morto. Ecco, dunque, il 28 maggio; quando è difficile contare il tempo perché non ha senso, quando i numeri non sono altro che numeri, l’unico modo per non arrendersi alla morte è il ricordo. Ma il ricordo non si lega al tempo, perché è eterno: è una questione morale e il 28 maggio è anche il giorno prima e quello dopo. Perché ricordare Luigi Di Rosa non è un obbligo storico; ricordare Luigi Di Rosa non è un accanimento politico, nè un affare sentimentale. Ricordare Luigi Di Rosa è un dovere civico, il categorico rigetto di ogni ideologia costrittiva e violenta.
Luigi Di Rosa non è stato ucciso da un gesto scellerato, ma da un atto criminale. Un atto criminale figlio di un pensiero nè umano, nè interpretabile. Oggi ce lo dice anche la Costituzione: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». É la XII disposizione transitoria e vale più dell’oro. Vale quanto una vita umana.
«Questa tragedia va ricordata e raccontata ai nostri figli, affinché capiscano che ciò non si ripeta più». Sono le parole del sindaco Sergio Di Raimo, in occasione della commemorazione di fronte al memoriale alle vittime del fascismo di questa mattina. C’è poco da fare: insegnatelo nelle scuole, affinché ci si confronti con la storia per riparare i torti da essa subiti; ripartire dalla storia, per dare corpo a un’identità civica fondata anche sul dolore di un sopruso, sull’incalcolabile valore di una vita rubata. Bisognerebbe sentirsi sezzesi perché lo era Luigi Di Rosa.
Quel colpo di pistola non ha ucciso solo Luigi Di Rosa: ha ucciso tutti noi. Così come Luigi Di Rosa, molti altri prima e dopo di lui; e tutti noi, ogni volta, ancora e ancora, non solo ogni 28 maggio, ma tutti i giorni. Quando smetteremo di voltarci dall’altra parte, finalmente lo avremo capito.
Giancarlo Mancini, presidente dell’associazione culturale “Araba Fenice”, nonché ideatore e curatore, da dieci anni a questa parte, del “Premio Luigi Di Rosa”, ci tiene a precisare che: «Ricordare Luigi Di Rosa è per noi fondamentale, soprattutto per collocare la sua figura nel contesto storico in cui ha vissuto ed è avvenuta la sua morte. I giovani vanno incuriositi al ricordo e alla memoria e occorre dar loro una visione non parziale della storia, ma oggettiva. Il fascismo non è un’opinione, ma un reato».
Solo allora capiremo che un fascista non ha ucciso un comunista, ma un ragazzo di 21 anni. Che era libero e ora libero non è più. Perché Luigi Di Rosa è molto più di un simbolo da ricordare: è nostro fratello, nostro amico, nostro figlio.
Luigi Di Rosa siamo noi.
Stefano Colagiovanni




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