COVID-19, tre piccole grandi storie più una di giovani spediti in trincea

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Sono giovani, poco più che trentenni: infermieri, operatori sanitari, medici, tecnici di laboratorio. E sono impegnati in prima fila contro il Covid-19, un nemico invisibile, subdolo e temerario, che si nutre della paura di chi è obbligato a rimanere chiuso in casa o, peggio, costretto ad andare a lavoro. Vivono e lavorano a Latina, o in provincia; molti sono pendolari e sentono tutti i giorni le fatiche di una situazione d’emergenza, quasi impossibile da sopportare. Ma resistere, ora, è la loro missione più importante, più difficile. Dalle testimonianze di alcuni di loro, trapelano tutte le insicurezze e le precarietà strutturali di una gestione al di là di qualsiasi previsione; di pari passo, l’energia e complicità di queste parole spesso sussurrate a denti stretti, rafforzano il concetto di condivisione, impreziosiscono il contributo che ognuno di noi è in dovere di dare, perseguendo il senso civico, anche con gesti e rinunce che assumono inestimabile valore. Nel pieno rispetto della privacy, questi ragazzi che hanno acconsentito a raccontarci questo momento – il loro momento – rimarranno completamente anonimi. Il primo di loro è un operatore del pronto intervento, un infermiere in viaggio su un’autoambulanza; il suo è un avvertimento di pericolo, una chiamata a spalancare gli occhi davanti una cinica realtà: «La situazione non è rosea, perchè attualmente c’è difficoltà nel reperire i dispositivi di protezione individuale, soprattutto le mascherine, che sono lo strumento primario col quale dovremmo difenderci dal contagio. Probabilmente, non eravamo pronti a una situazione d’emergenza del genere. Le istituzioni governative non hanno avuto il tempo e il modo di rifornirsi adeguatamente: non ci sono presìdi, non ci sono posti letto a sufficienza e si sta facendo il massimo con quello che si ha, ma il rischio di chi lavora in ospedale o in ambulanza è sempre alto e dobbiamo stare attenti per ogni più piccolo intervento compiuto. Parecchi pazienti vengono intubati e poi tenuti nei reparti del Pronto Soccorso, considerato che non c’é modo di trasferirli allo Spallanzani o in altre strutture; anche in Malattie Infettive i posti scarseggiano. Paradossalmente, rispetto a una situazione di normalità, rispondiamo a un quarto delle chiamate, ma la gente ha molta paura; per la specialità del momento, si soccorrono o si curano meno pazienti, ma per tipologie di trattamento molto più aggressive e pericolose, perché se prima il Pronto Soccorso veniva intasato anche per il più piccolo dolorino, adesso la gente teme per l’alta carica virale del virus e ci pensano su due volte prima di chiamare in causa gli operatori. Certo che, a causa della stessa paura di infettarsi, ancora in molti non hanno compreso come utilizzare le mascherine, consumandone in quantità spropositata e, per questo, portando le scorte all’esaurimento a gran velocità. Non abbiamo ancora capito che il modo più efficace per fermare la diffusione di questo virus è restare chiusi in casa. Un altro problema è che il tampone viene fatto per molti casi sospetti, mentre a noi sanitari no, nonostante siamo ogni giorno a contatto con i pazienti malati o mostriamo addirittura i primi accenni di un probabile sintomo; così siamo costretti a tornare a casa dalle nostre famiglie, incrociando le dita, ma col dubbio di trasmettere il virus ai nostri cari. Non siamo tutelati, siamo considerati come carne da macello, sacrificabili finché, anche a causa di questi turni sfibranti, molti sanitari saranno costretti a chiedere il riposo per malattia. Facciamo già turni da 12 ore e se dovessimo finire piano piano in quarantena, la vedo davvero dura. Se poi dovessimo continuare a lavorare con questa scarsità di strumenti, c’é il rischio che la macchina sanitaria possa rallentare bruscamente. Pretendiamo maggiore tutela dalle istituzioni statali in primis. Noi tutti resistiamo, perché sappiamo che sono in molti coloro che hanno bisogno del nostro aiuto». Per un grido d’allarme che deve essere ascoltato, c’è chi prova a trovare conforto nella sensibilità di coloro che soffrono o vedono i loro cari soffrire. Come il secondo infermiere del 118, di postazione a Latina centro, che trova rifugio nel conforto di tutto ciò che di buono e caloroso si riesce a dare. E ricevere. «Fare questo lavoro in condizioni così sfibranti è molto difficoltoso, ma ciò che ci spinge a non mollare è il giuramento che tutti noi abbiamo fatto e il dovere civico di aiutare chi ora soffre e sta molto male. Oggi fare questo lavoro significa essere in trincea: inizialmente c’è stato molto scetticismo e non ci si è resi conto di quanto, in realtà, il problema fosse grave. Siamo costretti a turni massacranti e c’è un aspetto di questo lavoro che mi piace condividere, perché spesso nascosto, ma più umano di qualunque altro: mi riferisco all’affetto dei cari o dei vicini di coloro che preleviamo perché necessitano di essere condotti nelle strutture sanitarie, agli applausi e agli incitamenti che taluni ci riservano e, in qualche modo, ci sorreggono e ci spingono a non mollare. Il nostro obiettivo è mettere la vita degli altri davanti la nostra, ma lavorare in questo clima non è mai semplice, perché spesso il pensiero corre a chi lasciamo a casa e a chi ritroveremo… alle nostre compagne, ai nostri figli, che si domandano anche perchè i loro genitori stanno fuori per così tante ore consecutive. Purtroppo oggi come oggi siamo costretti a considerare chiunque come possibili infetti. Questo virus è diventato una sorta di spauracchio e se penso a chi, tra coloro che non sono infetti, necessita di essere ospedalizzato, c’è molto timore di incappare in situazioni a forte rischio di contagio, soprattutto all’interno delle strutture sanitarie. Ci tengo moltissimo a ringraziare i miei colleghi infermieri, i soccorritori e gli autisti, perché per intraprendere un lavoro del genere, bisogna essere spinti da grandi motivazioni e senso di responsabilità. Noi non siamo eroi; gli eroi sono coloro che si svegliano alle 4 di mattina ogni giorno della loro vita e si spaccano la schiena con lavori che nessuno vorrebbe fare. Questo è solo il nostro lavoro, lo abbiamo scelto noi e siamo orgogliosi di svolgerlo, mettendo la vita degli altri davanti la nostra». Tra i “meno fortunati”, c’é chi è costretto a rischiare per poter anche solo raggiungere il posto di lavoro: sono i pendolari, le anime in attesa a qualche passo di distanza di sicurezza dal ciglio della banchina della stazione. Coloro che scambiano il calore del giorno con il gelo della sera, senza quasi rendersene conto, come un movimento involontario di un muscolo anestetizzato dalla stanchezza. Il terzo testimone è una ragazza, tecnica di laboratorio e il suo spirito è più saldo di una montagna. «É un periodo che definire difficoltoso è riduttivo. Io e i miei colleghi non agiamo in pronto intervento, ma abbiamo tanto lavoro da svolgere, un lavoro spesso delicato che necessita di grande attenzioni e scrupolo. Cerchiamo in tutti i modi di lavorare gli uni per gli altri, di collaborare speranzosi, alla ricerca di soluzioni per uscire al più presto da questa emergenza. La paura si avverte come fosse palpabile, la gente è stressata e lo si avverte anche attraverso una semplice chiamata, che si ripete ogni 15, 10 o 5 minuti. Ma gli occhi di tutti gli operatori sanitari trasmettono speranza. Roma è deserta, si percepisce tanto disagio in chi, come me, è costretta a viaggiare ogni giorno per raggiungere il posto di lavoro; sembra quasi che noi pendolari non possiamo nemmeno respirare, per paura di contagiarci l’un l’altro. C’è ansia a ogni passo, al gate d’accesso della stazione Termini, la frustrazione di doverci giustificare in continuazione, spiegando il motivo dei nostri spostamenti, unita alla rabbia nei confronti di chi viaggia e affolla spazi chiusi senza alcun motivo; a tutto ciò, si unisce l’insicurezza legata ai molti ritardi dei treni, che ci costringono a rientrare a casa tardi, dopo una dura giornata di lavoro, già pronti per ripartire nuovamente alle prime luci dell’alba. Si viaggia spesso ammassati, nessuno sembra badare al rispetto della distanza di sicurezza. Ci vuole tanta forza d’animo per non crollare, ma questa è una sfida che ci rende orgogliosi del lavoro che svolgiamo e siamo sicuri che presto ne usciremo». Una manciata di giorni fa, un amico mi ha detto che è stato chiamato per andare a prendere servizio in Toscana: abita a Cisterna di Latina ed è infermiere da poco più di un anno. Mi ha fatto pensare che uno degli aspetti più paradossali di una situazione così impensabile perché non abituati affatto a starci dentro, sta nella scoperta di nuove strade da percorrere nella vita di alcuni. Con un pensiero e anche due ai meno fortunati, che ci hanno abbandonato troppo presto. A loro e a chi lavora in trincea, contro questo infido nemico, diciamo grazie.

Stefano Colagiovanni

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