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Mondoreale > Blog > Sport > BASKET, Davide Raucci alias Capitan Toble: «Orgoglioso di essere il capitano della Benacquista»
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BASKET, Davide Raucci alias Capitan Toble: «Orgoglioso di essere il capitano della Benacquista»

Ultimo aggiornamento: 30 Settembre 2019 19:33
Simone Di Giulio Pubblicato 1 Ottobre 2019
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Sta per cominciare l’ultima settimana di preparazione per i nerazzurri della Benacquista Assicurazioni Latina Basket, che domenica 6 ottobre alle ore 18:00, con l’avvio della regular season, esordiranno nel Girone Ovest del campionato di Serie A2 Old Wild West, ricevendo tra le mura amiche del PalaBianchini la compagine siciliana dell’Orlandina Basket. Ed è in prossimità dell’inizio di questa nuova avventura nella seconda serie nazionale, con un roster quasi totalmente rinnovato rispetto alla stagione precedente, che abbiamo voluto conoscere meglio Davide Raucci, il capitano della squadra nerazzurra. Lo scorso venerdì abbiamo chiesto a Davide di concederci qualche minuto del suo tempo prima dell’inizio della seduta di allenamento pomeridiana. La sua disponibilità, dimostrata accettando di buon grado di parlarci di sé come persona prima che come atleta, è stato il primo di una lunga serie di dettagli fondamentali per mettere a fuoco la sua ammirevole personalità. Il sorriso genuino (o, per dirlo con le parole di alcuni studiosi ricercatori, “di Duchenne”) di Davide irradia fin dai primi minuti la zona in penombra delle tribune del palazzetto; il tono di voce profondo e pacato cattura immediatamente l’attenzione di chi ascolta, mentre inizia il suo racconto: «I miei genitori si sono conosciuti nel 1988 quando mia mamma, che è nativa del Ghana, venne in Italia insieme alla sorella e incontrò mio padre. Si innamorano e dopo il matrimonio mia madre si trasferì definitivamente a Napoli, dove sono nato io – Davide parla con orgoglio della sua numerosa famiglia: i suoi fratelli Barbara, che vive a Biella e Daniel e Irene che, invece, risiedono in Ghana – quando avevo 8 anni ci siamo trasferiti a Biella ed è stato proprio lì che, quando ho compiuto 13 anni, ho smesso di giocare a calcio, perché non mi piaceva più e, seguendo un mio compagno di classe, migliore amico di allora, ho provato a giocare a pallacanestro. Rispetto agli altri ragazzini che avevano iniziato fin dal minibasket, io ero indietro, non sapevo fare nulla, poi, però, ho incontrato coach Fiorenzo Brunazzi; non so bene cosa abbia visto in me, ma è stato lui a insegnarmi a palleggiare e a tirare a canestro. Fiorenzo faceva l’allenatore come hobby, alla fine della sua giornata lavorativa veniva in palestra e portava sempre dei dolcetti che alla fine dell’allenamento regalava, a rotazione, a chi era stato più bravo. Era diventata una tradizione e un giorno arrivò il mio turno, ero stato il migliore in quell’allenamento e Fiorenzo mi regalò un Toblerone (cioccolatino di forma piramidale all’interno di una confezione triangolare, nda). Da quel momento divenne il mio soprannome, tutti iniziarono a chiamarmi Toble ed è ancora così, in tutte le squadre in cui ho giocato i compagni mi hanno chiamato Toble. Qui a Latina, invece, la voce non si è ancora sparsa». Pensiamo che pubblicata e diffusa questa intervista, Davide diventerà per i tifosi nerazzurri Capitan Toble. Raucci prosegue il racconto durante il quale continuano ad affiorare peculiarità importanti del suo carattere e del suo modo di affrontare la vita con umiltà, ma anche con grande determinazione e impegno: «A Biella giocavo in una squadra regionale e, onestamente non avevo mai pensato di diventare un giocatore di basket professionista, non sono mai stato definito un prospetto promettente, e mia madre desiderava fortemente che io mi laureassi. Per questo motivo quando mi sono trasferito a Torino per giocare con il Cus Torino, dove avevo vitto e alloggio e un piccolo rimborso, ho vinto per 3 anni consecutivi la borsa di studio con cui mi sono pagato gli studi alla facoltà di architettura». Una svolta importante nella vita e nella carriera di Davide arriva nell’estate del 2014 quando riceve la chiamata dalla Fortitudo Bologna: «Avevo ricevuto qualche proposta da altre società di pallacanestro, nel mio periodo torinese, ma avendo l’obbligo di frequenza all’università non ho mai accettato trasferimenti, fino a quando è arrivata la telefonata di Claudio Vandoni che mi voleva alla Fortitudo. Ricordo ancora quanto dovetti insistere per convincere mia madre, che voleva assolutamente che io terminassi gli studi. Alla fine trovammo un compromesso: mi trasferii a Bologna con l’impegno di continuare a studiare, ormai avevo terminato i corsi con l’obbligo di frequenza, e tornare a Torino ogni tanto per dare qualche esame. In realtà, ancora oggi mi mancano 6 esami per completare il percorso universitario – ammette allargando le braccia e sorridendo – ma prometto a mia madre che finirò per laurearmi». Ed è proprio indossando la maglia della blasonata società bolognese che Raucci riesce a far percepire molto bene le sue caratteristiche: «Di indole sono un lavoratore, so che devo lavorare molto di più rispetto ad altri per raggiungere gli obiettivi fissati e coach Bonicciolli (arrivato in sostituzione di coach Vandoni nel febbraio 2015, nda) ha visto questa mia caratteristica, l’ha apprezzata e mi ha dato l’input per diventare il giocatore che sono oggi. In seguito, ho coronato il mio sogno di giocare in Serie A, anche se per un breve periodo, e oggi eccomi qui, capitano della Benacquista». Già, capitano della Benacquista Assicurazioni Latina Basket. Un capitano che ha il nome, Davide, di un leggendario eroe biblico che ha ispirato grandi artisti come Michelangelo, Donatello e Caravaggio e che è sinonimo di coraggio e fiducia nei propri mezzi, e il soprannome, Toblerone, che viene attribuito anche a dei blocchi di cemento di forma piramidale che hanno funzione di sbarramento per i mezzi corazzati in caso di invasione, riferibile nel gioco del basket a un atleta con spiccate doti difensive, evidente peculiarità di Raucci. Lo sguardo profondo degli occhi scuri di Davide lascia trasparire il rispetto per il ruolo che gli è stato affidato mentre ne parla: «Lo scorso anno a Cassino ho fatto la mia prima vera esperienza da capitano, ho cercato di fare il meglio possibile. ma non è stato semplice, sia per la mia inesperienza in quel ruolo, sia per l’andamento della squadra durante la stagione che non è stato brillante e quindi era complicato riuscire a trovare sempre nuove motivazioni e voglia di ricostruire. Credo che la gente veda in me una persona equilibrata, non impulsiva, e quando Franco (coach Gramenzi, nda) che è stimato tantissimo da tutti, mi ha proposto di essere il capitano, mi ha inorgoglito molto.  Spero di trasmettere la mia grinta, la mia voglia di lavorare, di cercare di far bene anche agli altri. Un capitano deve fare questo. Negli eventuali momenti di difficoltà, sarà importante che io non mi lasci coinvolgere dalla situazione, ma piuttosto riuscire ad analizzare e capire come si è arrivati a quel momento, trovare il modo per scuotermi e trasmettere questa reazione ai compagni. Sono una persona molto emotiva, a volte sarà difficile, ma farò in modo di trovare sempre qualcosa dentro di me che mi faccia reagire. Ecco, io credo che un buon capitano deve essere questo». Ed è proprio il rispetto, inteso come considerazione speciale che si dà a qualcuno o a qualcosa, un’altra particolarità di Raucci che conferma lui stesso aver preso dalla tradizione ghanese: «In Africa c’è una cultura più rigida rispetto a qui,  fin da bambino ho avuto rispetto dei più grandi, è un’impostazione che mi è stata insegnata in famiglia. Ricordo che quando ero piccolo e a casa c’era mio nonno, ci si rivolgeva a lui con tono reverenziale. Il rispetto rimane per me un punto imprescindibile».  Dopo aver scoperto che i suoi ricci stile “rasta” sono assolutamente naturali, ci accorgiamo che il tempo è volato e che il nostro capitano deve iniziare l’allenamento. Ci congediamo, quindi, domandandogli quale promessa desidera fare ai tifosi della Latina Basket: «Prometto che in ogni situazione, facile o difficile che sia, non ci tireremo mai indietro. Stiamo cercando di crearci un’identità, di fare nostra la capacità di non arrenderci, di farci coraggio insieme. Abbiamo creato un bel legame dall’inizio della preparazione a oggi, e se ognuno di noi riesce a smussare i difetti dell’altro, se riusciamo a compattarci, in molte situazioni difficili potremo cavarcela anche se abbiamo meno attitudine a fare canestro rispetto ad altre squadre, o ad altre squadre che sono passate di qui. Dobbiamo lavorare molto più degli altri, ma siamo pronti. Franco è un coach capace, ma il suo modo di lavorare non è usuale, soprattutto quando arrivi da realtà completamente diverse; superato, però, il momento di disorientamento iniziale, stiamo metabolizzando il modo di lavorare e lo faremo totalmente nostro. Sono sicuro che quando  accadrà, le cose inizieranno ad andare molto bene. Dovremo fare di questo la nostra forza e poi si vedrà».

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