Una domenica mattina, il sole che inizia a brillare timidamente ma poi si fa largo tra le nuvole a bassa quota e filtra il suo calore, la vetta del Semprevisa in tutto il suo splendore e una voglia di arrivarci che pervade il corpo, che per il tempo utile all’ascesa dei 1536 metri sopra il livello del mare non sente nulla, solo un leggero vento che accarezza e che ti porta lassù, dove finalmente ci si può sedere a ridosso della croce in metallo e contemplare la bellezza del panorama che coinvolge tre province, il promontorio del Circeo in tutta la sua maestosità, il mare e, con un po’ di fortuna, le isole pontine. Piace immaginare che abbia pensato a questo Daniele Nardi nelle primavere ed estati trascorse nella sua Sezze, tra il calore dei suoi familiari, sulla “sua” Semprevisa, utilizzata come allenamento per le salite verticali sopra gli 8.000, con il freddo, il vento e la consapevolezza che ogni passo va misurato con attenzione quasi maniacale. Il 42enne alpinista setino cercava di battere se stesso anche in quelle occasioni: “Ci ho messo meno di un’ora da fondovalle a qui”, soleva ripetere a chi lo incontrava in discesa e trovava il coraggio di chiedergli qualcosa, ottenendo in cambio quel sorriso che si è spento sul Nanga Parbat, ma resterà nei cuori di chi lo ha amato, di chi lo ha conosciuto e anche soltanto di chi ha letto delle sue imprese e si è appassionato ad un mondo fatto in salita. E’ questo il motivo che ha spinto gli organizzatori a realizzare proprio lì l’evento di domenica, proprio su quel Semprevisa nel quale Daniele contava i passi e i secondi per toccare quella vetta. Un’operazione riuscitissima, con circa 2.500 persone che si sono messe le scarpe da montagna ai piedi e hanno iniziato a salire, il leit-motiv della vita di Daniele, la sua missione, il suo lavoro, accompagnato da una passione fuori dal comune. Uomini, donne, giovani, anziani, addirittura bambini, tutti insieme per arrivare dove si poteva arrivare, chi in vetta, chi a Campo Rosello, chi addirittura prima, al rifugio o semplicemente su un costone della montagna più alta dei Lepini solo per poter dire “Io c’ero ed ho onorato nel migliore dei modi la memoria di Daniele”. E tra la gente ad un certo punto è spuntato Alex Txikon, l’alpinista basco che ha mollato la sua spedizione sul K2 per mettersi alla ricerca di Daniele, quando le speranze erano appese ad un filo e grazie al quale i copri dello stesso Daniele e di Tom Ballard sono stati individuati a ridosso dello sperone Mummery: “E’ una grande emozione essere qui a ricordare il collega e amico Daniele. E questo momento – ha spiegato il 38enne alpinista spagnolo – dimostra come queste terre fossero legate alla figura di Daniele. La montagna oggi è bellissima, somiglia alle montagne basche. E’ incredibile come le persone si siano strette intorno a questa storia di Daniele e devo dire che nei loro occhi c’era davvero amore nei suoi confronti e nei confronti della sua famiglia”. Txikon è poi tornato anche su quei momenti vissuti alle pendici del Nanga Parbat, quando per primo si è messo a capo di una spedizione che ha cercato il recupero dei due alpinisti che da qualche giorno non davano alcune segnale. Txikon ha spiegato cosa lo ha spinto a provarci: “Era quello che dovevo fare e lui avrebbe fatto lo stesso per me. Noi alpinisti siamo gente semplice, pur sapendo che tipi di rischi corriamo a quelle quote. Quindi mi è sembrato doveroso provarci, anche se purtroppo le cose non sono andate nel verso giusto”.
Per vedere il video e la fotogallery andate QUI















Devi effettuare l'accesso per postare un commento.