667mila euro di risarcimento a moglie e figlio per una trasfusione del 1978 che ha portato al decesso di un uomo (all’epoca dei fatti 47enne) nel 2004. E’ questa la decisione del Tribunale di Roma che si è espresso ieri su un caso di malasanità vecchio quasi 40 anni. Nel 1978 un uomo di Sezze. M.C., appena 21enne, subì un grave incidente nel quale perse un rene. Durante la sua degenza presso la Casa di Cura “Città di Aprilia” gli furono fatte delle trasfusioni. L’uomo, tornato a casa, ha subito gravi problemi di salute che si sono andati sempre più aggravandosi fino a portarlo alla morte per cirrosi epatica, iniziata con un’Epatite C, l’1 novembre 2004. I familiari, la moglie e il figlio, difesi dagli avvocati Tonino Centra, Luigi Di Palma e Mario Bompan si sono rivolti alla giustizia affinché si facesse luce sulle cause che avevano portato alla sua morte. Davanti alla corte presieduta dal giudice Lilia Papoff i familiari dell’uomo si sono finalmente visti riconoscere quanto si aspettavano dal Ministero della Salute. Secondo il tribunale sarebbero evidenti le responsabilità della struttura sanitaria in cui l’uomo ha ricevuto l’emotrasfusione. Il C.T.U., sulla base della documentazione sanitaria in atti, ha affermato che la terapia trasfusionale somministrata nel corso del ricovero presso la casa di cura è stata, tenuto conto della assenza di ulteriori fattori di contagio, la causa della contrazione del virus HCV, da cui è derivata un’epatite cronica evoluta in cirrosi epatica scompensata che ha determinato il decesso nel novembre 2004. Sebbene l’epatite virale di tipo C non fosse conosciuta all’epoca dei fatti in quanto il virus che la determina è stato scoperto nel 1989, in ogni caso nel 1978 era già in vigore la disposizione del Ministero della Sanità con cui si sconsigliava l’uso di sangue umano da donatori con transaminasi superiori a 30 U/l nel fondato sospetto che il donatore potesse essere portatore di virus epatici. “Se il Ministero – si legge nella sentenza – avesse coerentemente prescritto l’obbligatoria determinazione delle transaminasi per tutti i donatori di sangue, la diffusione dei virus dell’epatite sarebbe stata limitata”. Stabilita la responsabilità, il giudice ha poi analizzato le variabili per il risarcimento, considerando che al momento del decesso l’uomo aveva 47 anni, la moglie aveva 40 anni, e il figlio 14. Per questo motivo ha condannato il Ministero della Salute al pagamento di 302.613,83 euro in favore della donna e di 364.35,40 euro in favore del figlio, oltre alle spese legali.
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