Una zona di guerra, un abbandono senza eguali, una specie di salto all’interno di un’area terremotata. Sono queste le sensazioni che si percepiscono attraversando il cancello di ingresso dello stabilimento Cirio, di quello che resta dello stabilimento Cirio, in via del Murillo a Sezze, da quindici anni chiuso dopo il crack finanziario che coinvolse i gruppi legati a Callisto Tanzi (Parmalat) e Sergio Cragnotti. L’occasione per accedere all’interno dell’area alle porte di Sezze scalo è stata quella di un anniversario speciale, i 20 anni esatti dall’incidente gravissimo che vide coinvolta Mirella Di Tullio, all’epoca dei fatti 48enne dipendente della fabbrica (all’epoca gestita dal gruppo Arlecchino-Arcobaleno), che rischiò di perdere un braccio all’interno della macchina etichettatrice e che tre anni fa ha deciso di scrivere un libro per ricordare quei momenti e la lunga battaglia per la sua vita e per salvare l’arto gravemente danneggiato. Già dal piazzale la situazione è drammatica, con un guardrail divelto. I capannoni, ristrutturati dalla Cirio nel 1997 dopo gli anni di gestione del gruppo Arlecchino-Arcobaleno, sono totalmente distrutti. I macchinari sono stati venduti poco prima che la fabbrica andasse all’asta, ma qualche rimasuglio dei lavori che si svolgevano al suo interno è rimasto. Qualche barattolo di latta consumato dal tempo e dalle intemperie si riesce ancora a scorgere, così come le ombre sul pavimento che fino a qualche tempo prima era coperto dai macchinari. Il resto è devastato, con un’area immensa in balia degli eventi e dei ladri, che soprattutto nel primo periodo di chiusura, si sono attrezzati per rubare tutto ciò fosse possibile rubare, dal rame al ferro, passando addirittura per i cavi elettrici, le coperture degli impianti, per arrivare addirittura ai sanitari dei bagni. I tetti sono ormai un lontano ricordo e la fabbrica sembra abbandonata da 50 anni, non da soli 15, tanta è la distruzione. A preoccupare, o almeno a dover preoccupare, c’è l’Eternit, materiale usato per la realizzazione di ogni copertura dello stabilimento, che in larga parte è danneggiato, mentre in piccola parte sta per danneggiarsi a causa dell’abbandono. Si vedono ancora le piscine dove veniva sistemato il pomodoro trasportato dai camion, che dopo un lungo e complicato processo finiva nei barattoli e nelle bottiglie che poi andavano direttamente sui banchi dei negozi e sulle tavole di noi tutti. La parabola dello stabilimento copre 31 anni, dal 1970 al 2001, nei quali almeno una decina di migliaia di persone, a titolo diverso, ci hanno lavorato. Nel momento di maggiore splendore quella alle porte di Sezze era diventata una realtà consolidata nel panorama italiano, la terza fabbrica dopo quella in Emilia Romagna e quella in Campania, ma che per posizione strategica e per la quantità di prodotto lavorato, spesso era leader del settore. Migliaia di giovani setini e non utilizzavano lo strumento Cirio per racimolare soldi e vivere un inverno tranquillo tra spese universitarie o lavori che non arrivavano. Gli stagionali, soprattutto nella campagna del pomodoro, trovavano contratti importanti, a tempo determinato ma con pochissime trattenute, e assalivano letteralmente i cancelli di via del Murillo per ottenere un posto. I successi raccolti già dai primi anni di vita convinsero i responsabili della struttura ad allargarsi (inizialmente la fabbrica si trovava qualche metro più in là). Poi le prime crisi, il fallimento, l’asta.
Leggi sullo stesso argomento
CORI | Sabrina Pistilli eletta all’unanimità presidente del Consiglio comunale
APRILIA | Rifiuti e degrado urbano: Progetto Ambiente attiva un nuovo servizio di segnalazione su Whatsapp
LATINA | Litorale, al via la manutenzione di passerelle, camminamenti e docce: interventi completati entro metà maggio

















