In questo momento storico in cui giungono notizie di giovani annoiati, dipendenti dai social, disposti davvero a tutto per provare un brivido dietro la schiena, “Linee, tra i bordi” uno spettacolo teatrale in questi giorni in scena al Teatro Marconi di Roma fino al 16 ottobre, abbaglia gli occhi come un faro nella notte. Un’opera che dimostra come le nuove generazioni abbiano molto da dire, soprattutto quando si tratta di affrontare temi difficili come la guerra, la paura e il valore della vita umana.
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Già, perché a scriverlo è Arianna Cozzi, talentuosa drammaturga di 28 anni, che ha concepito l’opera quando era ancora più giovane, e se questo è il suo modo di scrivere ora chissà tra qualche anno, una penna da tenere assolutamente d’occhio.
In scena attori altrettanto giovani e talentuosi: Kevin Di Sole, Massimiliano Viola Grosso, Riccardo Musto, Alessio Antelmi, Alice Corti, Francesca Polenta.
Quello che più colpisce di tutta questa pregevole operazione, oltre alla già sottolineata bravura, è il tema proposto: questi giovani salgono sul palcoscenico e trattano il tema dell’inutilità e della stupidità delle guerre tutte. Argomento difficile da trattare, delicato e soprattutto intricato e pieno di insidie. Eppure loro lo fanno prendendo una strada dritta, chiara, di facile comprensione e che non lascia spazio ad obiezioni. Come solo i giovani sanno fare non si perdono in disquisizioni idealistiche e piene di orpelli, ma vanno dritti al punto: “La guerra la vinci se non la fai”.
La prima parte dell’opera vede quattro soldati in trincea che discutono tra loro sul significato di trovarsi lì con un mitra in mano a sparare ad altri esseri umani: vivere quell’esperienza li sta sommergendo di dubbi, di incertezze ma soprattutto di rabbia. “Sono già morto da un pezzo. Da quando m’hanno dato quel cazzo di fucile e m’hanno convinto dicendo Spari per la patria. Spari per proteggere i tuoi compagni. Spari per quelli che sono morti.” Grida il giovane soldato Hector Mellor (Massimiliano Viola Grosso).
La morte, consumandosi ogni giorno davanti ai loro occhi, finisce per diventare una tragica normalità. I soldati si fanno sospettosi, perdono fiducia negli altri e persino in loro stessi. È la paura a dominare ogni cosa: paura di morire, di non essere più gli stessi, di tornare a casa senza riuscire a liberarsi dalle immagini dell’orrore. Perché la guerra non lascia ferite soltanto sul corpo: scava crepe profonde nell’animo, alcune delle quali potrebbero non rimarginarsi mai. Dopotutto sono esseri umani prima che divise con armi in braccio.
“Siamo soldati” urla il soldato Jacob (Kevin Di Sole) confuso, questo è il loro dovere. “Ma anche uomini” risponde il suo compagno Mellor.
L’apice dell’operazione è la scena in cui Jacob dialoga con Sheyla (Francesca Polenta), una ragazzina che sta al di là del confine, appartenente al popolo contro cui sta combattendo. La chiave per spiegare l’insensatezza della guerra viene affidata alla semplicità, al candore e alla schiettezza di una bambina che non comprende il significato di “confine”, qualcosa che apparentemente non ha forma, colore, dimensione ma che, anche se non si vede esiste: “Ma sulla cartina non dovrebbero esserci disegnate le cose che si vedono?” chiede la bambina. È nello sguardo di Sheyla che il confine perde la sua apparente inevitabilità: una linea tracciata dagli uomini, capace di dividere territori e popoli, ma incapace di cancellare la comune umanità di chi si trova ai suoi lati.
Sheyla proprio non riesce a spiegarsi il perché uccidersi a vicenda per accaparrarsi un territorio che da fin troppe generazioni è casa di qualcuno e che però in un remoto passato apparteneva ad un altro popolo: “Non siamo uguali a voi” le dice Jacob e come è ovvio e naturale che sia Sheyla gli risponde “Nessuno è uguale a nessuno”. A sottolineare la naturale unicità di ogni essere umano. Il risultato di tutto questo è che quando si torna a casa si è troppo cambiati, troppo feriti, rovinati completamente e incapaci di vivere una vita normale perché l’orrore ti perseguita come un’ombra.
Lo spettacolo è diretto dalle sapienti mani di Felice Della Corte che, come un abile e sensibile direttore d’orchestra, fa suonare tutti gli strumenti con grande armonia, creando un ensemble perfetto che procede con ritmo, grazia e sintonia. La regia, forte di una lunga e visibile esperienza nel teatro, conduce lo spettatore verso il nucleo emotivo dello spettacolo. Il risultato è una rappresentazione capace di coinvolgere e commuovere il pubblico, che al termine tributa agli artisti un applauso in piedi.
T. Makiguchi, pedagogista, filosofo ed educatore giapponese vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, sosteneva che “l’educazione deve fare in modo che all’apatia di un sistema caratterizzato da egocentrismo e disimpegno sociale, si sostituisca un consapevole e meditato impegno verso la società”. È proprio questa la lezione che “Linee, tra i bordi” sembra consegnarci: i giovani non sono soltanto destinatari dell’educazione degli adulti, ma possono diventare loro stessi portatori di consapevolezza, responsabilità e speranza. Forse è da qui che bisogna ripartire: dalla fiducia nelle nuove generazioni e dalla capacità di ascoltare ciò che hanno da dirci.
Lo spettacolo, dopo aver concluso le date al Teatro Marconi, prosegue al Teatro Nino Manfredi di Ostia dal 28 ottobre al 1 novembre 2026.
Elisa Fantinel






