
Dopo il successo della scorsa stagione a Roma e Torino, torna nella Capitale “Lenny. Ipotesi di un omicidio”, lo spettacolo scritto da Giuseppe Pavia e diretto e interpretato da Antonello Avallone, in scena al Teatro Marconi di Roma dal 22 ottobre all’8 novembre 2026. Con lui sul palco anche Riccardo Bàrbera, Giulia Di Quilio, Giuseppe Renzo, Flaminia Fegarotti e Francesca Cati. Antonello Avallone.
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Al centro dello spettacolo c’è la figura di Lenny Bruce, comico statunitense capace di trasformare la provocazione e la satira in strumenti di denuncia sociale. Avallone racconta di essere rimasto colpito soprattutto dalla forza e dalla determinazione dell’artista, dal suo scontro con lo Stato e dalla volontà di mettere in discussione le ipocrisie della società americana. «Non per niente fu definito “La coscienza d’America”», sottolinea il regista.
La costruzione del personaggio è passata anche attraverso il rapporto con Honey Harlow, la donna che segnò profondamente la vita di Bruce. Avallone spiega di aver individuato proprio in quella relazione uno dei punti di partenza per comprendere la complessità dell’uomo, apparentemente disinibito ma attraversato da gelosie, fragilità e contraddizioni. Centrale anche lo studio dei suoi monologhi, nei quali Bruce affrontava temi come razzismo, omosessualità, politica e moralismo.
«Io non sono un comico, sono Lenny Bruce»: è questa una delle frasi che, secondo Avallone, sintetizza meglio l’identità artistica del protagonista e la difficoltà di racchiuderlo in una semplice definizione.
La messinscena ricostruisce un’elegante atmosfera da night club newyorkese, con scenografie di Alessandro Chiti, costumi di Red Bodò, canzoni degli anni Cinquanta e Sessanta e momenti di stand up comedy. L’arco temporale scelto va dal 1951, anno dell’incontro tra Lenny e Honey, fino al 1966, anno della morte di Bruce per overdose.
Nel confronto sul tema della libertà di espressione, Avallone evita paragoni diretti tra l’America degli anni Sessanta e il presente, ma richiama l’uso che Bruce faceva della provocazione: non gratuita, bensì legata a questioni sociali concrete. Nei suoi monologhi affrontava infatti anche temi come le malattie veneree e la discriminazione degli omosessuali, utilizzando ironia e linguaggio irriverente per portare il pubblico davanti a questioni considerate scomode.
Un riferimento inevitabile è il film “Lenny” di Bob Fosse con Dustin Hoffman. Avallone spiega però che il lavoro teatrale non nasce come una trasposizione cinematografica: il testo di Giuseppe Pavia segue alcuni passaggi inevitabili della biografia di Bruce, ma utilizza strumenti propri del palcoscenico. «Un film ha la forza dei primi piani, qui i primi piani bisogna crearli con tecniche interpretative e registiche», osserva il regista.
Per Avallone, uno degli obiettivi principali dell’operazione è proprio quello di far conoscere Lenny Bruce a un pubblico che spesso ne ignora la storia. Dopo il debutto della scorsa stagione, il regista racconta di essersi reso conto che soltanto una piccola parte degli spettatori conosceva già il personaggio. Da qui, secondo lui, il valore culturale del teatro, capace di andare oltre il semplice intrattenimento.
Il messaggio rivolto a chi oggi pratica la stand up comedy è netto: cercare qualcosa da dire, studiare, osservare i problemi del Paese, affrontare temi legati alla politica, all’istruzione, alla cultura e all’ambiente, trasformando la battuta in uno strumento di comunicazione e approfondimento.
E se Lenny Bruce potesse assistere oggi allo spettacolo? Avallone gli chiederebbe se quella rappresentazione sia abbastanza verosimile da restituire almeno una parte della sua vita. «Spero tu sia contento, che anche in Italia, nel 2026, qualcuno possa sapere che sei esistito e in che modo sei stato da esempio per molti stand up comedian», conclude.
Elisa Fantinel







