La crisi dell’ex Ilva non si ferma a Taranto. Acciaierie d’Italia, la società in amministrazione straordinaria proprietaria del polo siderurgico, ha comunicato che gli stabilimenti di Genova Cornigliano e di Novi Ligure si fermeranno temporaneamente entro il 15 novembre. La notizia è stata resa pubblica dai sindaci delle due città, Silvia Salis e Rocchino Muliere, in una nota congiunta.
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Il nesso con Taranto è diretto e inevitabile. Alla fine di luglio la Corte d’appello di Milano aveva deciso la chiusura entro il 28 ottobre dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, la parte più importante dell’impianto ma anche la più inquinante. L’area a caldo è dove le materie prime vengono fuse negli altiforni e trasformate nell’acciaio che poi viene trasportato e lavorato negli stabilimenti nel Nord Italia. Senza l’acciaio da lavorare, l’attività dei due stabilimenti non può proseguire.
«Pur comprendendo la lunga e complessa fase di difficoltà che sta attraversando l’azienda, l’annuncio di una serrata è del tutto inaccettabile», scrivono in una nota congiunta Salis e Muliere. «In attesa che si chiarisca il quadro relativo allo stabilimento di Taranto, non possiamo permettere che Genova e Novi Ligure restino ostaggio dell’incertezza e dei ritardi che stanno segnando il processo di vendita di Acciaierie d’Italia».
«Le conseguenze nefaste dei continui ritardi che stanno caratterizzando il percorso di vendita dell’ex Ilva non possono ricadere ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui territori in cui vivono e lavorano», aggiungono i due sindaci. «Una serrata della fabbrica rappresenta una prospettiva insostenibile: lo è per le lavoratrici e i lavoratori, lo è per le città di Genova e di Novi e lo è per l’intera filiera siderurgica del nostro Paese».
I due sindaci hanno auspicato che gli incontri in programma a Roma tra le rappresentanze sindacali, il governo e le parti interessate potessero portare a un miglioramento sensibile del quadro. L’ex Ilva è l’impianto siderurgico più grande d’Italia e, dopo molte sentenze che ne hanno ordinato la chiusura a causa del suo impatto ambientale, è gestita in amministrazione straordinaria dallo Stato italiano, che da tempo sta provando a venderla ad aziende private, senza successo.




