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Cultura & Eventi

TEATRO | Michèle Lonsdale Smith apre al pubblico il processo creativo: «Il teatro è intimità in scena»

Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre 2026 16:08
Redazione Pubblicato 9 Ottobre 2026
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Sabato 10 ottobre 2026 La Compagnia Gracemoon Arts Italia capitanata dalla regista newyorkese Michèle Lonsdale Smith, porta al PignetOff di Roma il progetto “Questa Stanza. Il processo come performance”. In questo imperdibile appuntamento, la Compagnia accompagnerà lo spettatore in un percorso attraverso brevi estratti di testi teatrali su cui Gracemoon sta lavorando e che vorrebbe portare in scena interamente.

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La particolarità della serata sta nel suo svolgimento: sarà come assistere a delle prove aperte al pubblico in cui si potrà vedere da vicino la tecnica e il processo creativo di LS&CO/Gracemoon seguendo uno schema che inizia con il riscaldamento, passa per la messa in scena e termina con un momento di dialogo e condivisione con il pubblico.

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Ne parliamo con la fondatrice della Gracemoon Arts Company Michèle Lonsdale Smith.

Michèle, hai definito il teatro come «il privato che si mostra al pubblico». Che cosa significa, concretamente, questa affermazione? E come lavori su questo confine tra dimensione privata e dimensione pubblica con la tua compagnia?

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“Nella compagnia facciamo molti esercizi di studio, che abbiamo sviluppato noi stessi per arrivare a un momento di autentica intimità. Ma l’esercizio più importante è quello che deriva da Strasberg, chiamato ‘Il momento privato’. Questo ha insegnato agli attori che si sono formati con me, nel corso degli anni, a comprendere davvero cosa significhi essere intimi in pubblico. Il modo in cui lo affrontiamo passa attraverso la ripetizione e la pratica nel trovare un comportamento reale, appartenente alla sfera privata, anziché un comportamento fittizio o recitato. La nozione di intimità in pubblico è l’essenza stessa dell’essere un attore di fronte a un pubblico, perché devo comportarmi come quel personaggio si comporterebbe in privato, pur facendolo davanti a degli spettatori. Di conseguenza, al pubblico deve sembrare di stare osservando qualcosa che forse non dovrebbero guardare, quasi come se stessero spiando un momento estremamente privato”.

La Compagnia Gracemoon è formata da attori piuttosto giovani. Che cosa significa, per le nuove generazioni, immergersi nella recitazione e confrontarsi con le proprie emozioni? Quali benefici può offrire questo percorso a un giovane artista, non solo sul piano professionale ma anche personale?

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“Qualsiasi tipo di crescita come attore è, di fatto, una crescita come persona. Il fatto che i giovani attori arrivino a comprendere cosa significhi vivere una vita autentica, fatta di sentimenti veri e senza nascondersi, rappresenta la premessa per capire cosa sarà la vita in un’età più avanzata. Penso quindi che prima i giovani inizino a riflettere su questo genere di cose, prima si rendono conto che tutto è tutto, che il personale è universale e l’universale è personale. Questo dà loro, già in tenera età, una consapevolezza di sé stessi e di come sia realmente il mondo, perché quando crescono da bambini non lo fanno veramente: l’istruzione non insegna ai giovani come affrontare la vita. E loro sono fortunati a diventare attori, perché come attori dobbiamo osservare la vita”.

Il percorso artistico è spesso impervio, fatto di ostacoli, deviazioni e momenti di difficoltà. Come prepari i tuoi attori ad affrontarlo? E come li incoraggi a non arrendersi quando arrivano i primi ostacoli?

“Il metodo che insegno loro serve per fare in modo che siano il più possibile personali e autentici. Riescono a fare le cose difficili perché imparano a farle, e il modo in cui riesco a fargliele fare è mostrando loro quanto siano felici quando affrontano le difficoltà. Qual è la cosa più difficile per un attore? Fare tutto ciò che non vorrebbe fare. Come, ad esempio, imparare le battute a memoria; oppure accettare se stessi, di non essere Angelina Jolie, realizzando però di avere una voce e lavorare su quella.”

Come hai capito che la recitazione sarebbe stata il tuo mondo? C’è stato un momento preciso in cui hai avuto questa consapevolezza?

“Era il settembre del 1987 in East 15th Street, a Manhattan. Ero al Lee Strasberg Theatre Institute e mi trovavo nel mio primissimo giorno in assoluto in una classe di recitazione. Era la classe di David Gideon che mi ha segnato e cambiato la vita. Lì ho capito subito che quello sarebbe stato l’amore della mia vita per il resto dei miei giorni, anche se all’epoca non sapevo ancora cosa avrebbe comportato. Ma è stato solo più tardi che ho realizzato che si trattava di una vera e propria vocazione. Allora ho iniziato davvero a metterci impegno.

Ma era iniziato tutto già allora: sapevo che c’era qualcosa nell’aria. David è stato la prima persona a parlarmi della verità in un modo reale e serio. Per lui la parola ‘verità’ non era un semplice convenevole, ma qualcosa da custodire e rispettare, e proprio perché è così, risultava e risulta ancora oggi rara. E così ho capito che dovevo fare qualcosa non soltanto per la mia carriera, ma per la mia intera vita: dovevo seguire quella strada. È stata una via molto difficile da percorrere, e lo è ancora”.

Sabato 10 ottobre quali testi porterete in scena e che tipo di percorso avete costruito attorno a queste opere?

“Sabato lavoreremo su degli estratti di drammaturgie che vorremmo produrre interamente. Fat Pig di Neil LaBute, Doubt di John Patrick Shanley, The Red Address di David Ives e Modigliani di David McIntyre. Ci sarà Adrienne, membro della Compagnia e cantante a dir poco straordinaria, che curerà degli intermezzi musicali. Il percorso attorno a queste opere è fatto di pratica, investigazione e di esercizi mirati a far emergere i personaggi, molti dei quali provengono dal metodo che ho imparato al Lee Strasberg.

Questo genere di continua esplorazione del comportamento umano all’interno dei testi è il modo in cui strutturiamo il nostro lavoro, e mostrarlo al pubblico durante la fase di sviluppo contribuisce concretamente alla sua evoluzione. Sabato 10 ottobre rappresenta per noi una parte fondamentale di questo processo di crescita. Siamo entusiasti perché sarà la nostra ultima serata al PignetOff di quest’anno, mentre ci stiamo preparando anche per delle possibili repliche al teatro La Comunità il 16, 17 e 18 settembre.

(Nota: I testi delle opere sono stati tradotti in italiano per gli attori italiani della compagnia, mentre alcuni brevi passaggi rimarranno in inglese in quanto si tratta di una compagnia internazionale che ha al suo interno attori italiani e di madrelingua inglese)

In queste prime due serate avete aperto al pubblico la vostra «stanza», permettendo agli spettatori di assistere al processo creativo che conduce all’esibizione finale. Quali reazioni avete raccolto? Che cosa significa, per voi, mostrare al pubblico non soltanto il risultato, ma anche tutto ciò che accade prima di arrivare sul palco?

“Le reazioni sono state meravigliose. Abbiamo avuto spettatori molto aperti e loquaci, seguiti da conversazioni sulle scene, sul modo in cui abbiamo lavorato e sull’apertura del processo creativo al pubblico. Spesso la gente si aspetta di venire a vedere uno spettacolo confezionato come un regalo con tanto di fiocco, senza che vengano mostrati i timori o gli errori; a noi invece piace farlo. Ci piace esporre il processo di creazione attraverso gli errori stessi. Alcune persone hanno qualche difficoltà con questo approccio, ma credo che la maggior parte del pubblico abbia apprezzato. Milano è stata sorprendente sotto questo punto di vista, una grande risposta da parte del pubblico: forse è per questo che la considero un’esperienza grandiosa, è stata semplicemente inaspettata”.

Cosa significa per te mostrare al pubblico non solo il risultato finito, ma tutto ciò che accade prima di salire sul palco?

“Credo che ciò che precede l’azione, o il momento in cui l’attore entra nel personaggio, possa essere estremamente affascinante quando il personaggio viene costruito attraverso vari passaggi e fasi. Penso sia interessante svelare il percorso che porta a un risultato così magico, al punto da far sembrare che non ci sia stato alcun lavoro dietro. A volte le persone guardano i nostri lavori senza rendersi conto che, pur avendo un’estetica differente, c’è dietro un lavoro altrettanto duro.

C’è una sorta di lirismo e di poesia, qualcosa di profondamente artistico nel passaggio di un attore dalla propria vita a quella di qualcun altro e nel viaggio che si compie in mezzo. Credo che questo sia un risultato artistico meraviglioso. Non lavoro in una dimensione orientata unicamente al risultato, sebbene sappia e mi piace chiudere e perfezionare un lavoro, preferisco che le cose mantengano una forte spontaneità, senza però sfuggire di mano. Penso che tutto questo sia già un’opera d’arte”.

                                                                                                                                                                                                                      Elisa Fantinel

 

 

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