C’è una narrazione che resiste, ostinata, nel dibattito pubblico italiano: la Generazione Z non vuole lavorare. I giovani sono pigri, viziati, impazienti. Non reggono la fatica, mollano al primo ostacolo, pretendono troppo. È una lettura comoda, che scarica sulle nuove generazioni la responsabilità di una frattura che ha radici ben più profonde. I dati dicono altro. E sarebbe il caso di ascoltarli.
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Il primo rapporto del Gen Z Intelligence Report, realizzato dal Sole 24 Ore con WTW e University Box su un campione di giovani italiani, fotografa una generazione che non ha smesso di lavorare: ha smesso di accettare certi modi di lavorare. Il 60,4% dei giovani indica il work-life balance tra le principali priorità professionali, dato che viene spesso letto come disimpegno. Non lo è. È la risposta razionale di chi ha visto genitori e nonni consumarsi in lavori che promettevano sicurezza e alla fine non l’hanno garantita. Un giovane su due — il 52% — lascerebbe l’azienda se sottoposto a carichi di lavoro insostenibili, percentuale analoga a chi abbandonerebbe in caso di retribuzione poco competitiva, pari al 54%.
Il problema non è la mancanza di ambizione. Il 31% dei manager italiani definisce i lavoratori Gen Z ambiziosi, mentre solo il 33% li considera impazienti. Eppure il mercato del lavoro sembra andare nella direzione opposta: in due anni i ruoli junior nei settori tecnologici sono scesi dal 26% al 17%, mentre le aziende accelerano sull’intelligenza artificiale restringendo sistematicamente l’ingresso dei giovani. Secondo i dati dell’Osservatorio HR Zucchetti 2026, il 78% delle imprese fatica ad assumere nuovo personale, ma il mismatch non è solo di competenze: è una crisi di comprensione reciproca che le organizzazioni faticano ad ammettere.
Quello che i dati non dicono, ma che chiunque lavori oggi in Italia conosce bene, è il contesto in cui questa generazione si è trovata ad affacciarsi al mercato. I ragazzi nati tra il 1997 e il 2012 hanno fatto percorsi formativi sempre più lunghi, costosi e specializzati. Molti hanno una laurea, spesso un master, talvolta un dottorato. Eppure si trovano a fare colloqui per stage non retribuiti, contratti a progetto rinnovabili ogni sei mesi, posizioni junior con mansioni da senior e stipendi che non reggono il costo della vita nelle grandi città. E contemporaneamente vedono persone di cinquant’anni con un diploma che ricoprono posizioni consolidate, guadagnano tre volte tanto, hanno il contratto a tempo indeterminato, il TFR, la pensione che arriverà.
Non è un’accusa a chi è venuto prima. Quella generazione ha lavorato duramente, spesso in condizioni difficili, con pochi diritti e molta gavetta. Il punto è che facendolo ha contribuito a sedimentare uno standard lavorativo che oggi viene proposto alle nuove generazioni come norma immutabile: arrivi presto, esci tardi, non ti lamentare, dimostra prima di chiedere. Uno standard costruito in un’epoca in cui esistevano ancora le tutele, in cui un contratto durava una vita, in cui il lavoro straordinario era compensato con qualcosa di concreto. Oggi quelle tutele sono sparite, ma la richiesta di sacrificio è rimasta intatta.
La Gen Z non è la generazione che non vuole lavorare. È la generazione che ha capito, forse prima di tutte le altre, che lavorare male non è meglio che non lavorare. E che pretendere dignità non è debolezza.


