Ieri pomeriggio ho varcato per la prima volta la soglia di una conferenza stampa istituzionale, e quello che mi sono portato a casa non è tanto il comunicato ufficiale o le dichiarazioni di rito: è una domanda che continua a girarmi in testa. Uno stadio può davvero cambiare la vita di un quartiere come Pietralata? E se sì, cambiarla in che senso?
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Il Comune di Roma ha aperto ufficialmente la Conferenza dei Servizi Decisoria per il nuovo impianto dell’AS Roma. Sessanta giorni per chiudere un iter che si trascina da anni tra rinvii, polemiche e progetti nel cassetto. Sul tavolo c’è un investimento da un miliardo di euro interamente privato, un numero che nella sala rimbalzava con una certa solennità. La zona prescelta è Pietralata, quadrante nord-est della capitale, con il Ministero dei Trasporti chiamato in causa per risolvere il nodo infrastrutturale che da sempre affligge quella parte di città.
E qui si apre il capitolo che trovo più interessante, e anche più scivoloso.
Pietralata non è Rebibbia, per carità; ma non è nemmeno un quartiere che si racconta con facilità. Chi ci vive lo sa: è uno di quei posti dove Roma mostra una delle sue facce meno fotografate, dei palazzi che invecchiano senza che nessuno sembri accorgersene, dei servizi che arrivano sempre un po’ in ritardo rispetto al resto della città. Una periferia che non fa notizia, che non compare nelle guide turistiche, che esiste nella sua quotidianità dura e silenziosa.
Adesso arriva un miliardo di euro. E con lui arrivano le promesse: nuovi collegamenti, riqualificazione urbana, indotto economico, occupazione. Tutte cose che, sulla carta, suonano benissimo e che in altri contesti europei hanno funzionato davvero: basti pensare a come l’area intorno all’Emirates Stadium a Londra abbia cambiato volto, o a quello che la costruzione dell’Allianz Arena ha significato per il tessuto urbano di Monaco. Uno stadio ben inserito può diventare un acceleratore potente: trascina bar, ristoranti, negozi, connessioni di trasporto, e con loro una nuova percezione dello spazio urbano.
Ma, e questo è il punto che nessuno in quella sala sembrava avere fretta di affrontare, uno stadio può anche fare l’opposto. Può espellere. Può far salire gli affitti fino a rendere il quartiere irriconoscibile per chi ci viveva prima. Può portare flussi enormi di persone nelle sere di partita e lasciare il deserto nelle altre. Può diventare una cattedrale nel vuoto se le infrastrutture promesse non arrivano, o arrivano a metà. Roma, in questo, ha una memoria piuttosto ingombrante.
E allora la domanda che mi accompagnava mentre uscivo dalla conferenza è ancora lì: questo miliardo è una mano tesa a Pietralata, o è una scommessa che Pietralata pagherà in qualche modo il prezzo? La risposta non c’è ancora. Ci sono sessanta giorni di conferenza decisoria davanti, e poi anni di cantiere, e poi uno stadio che aprirà i battenti in un tempo che oggi è ancora difficile da immaginare. Quello che è certo è che Pietralata merita attenzione: non solo quella di chi ci porta uno stadio, ma quella di chi si chiede cosa ne resterà, per chi ci vive ogni giorno, quando i riflettori si spengono e le Porsche dei tifosi tornano verso il centro.


