Esistono confini che nemmeno la peggiore criminalità dovrebbe osare valicare. Ieri mattina a Nettuno, quel confine è stato calpestato con una viltà che toglie il fiato. Mentre l’intera comunità si stringeva in un pianto corale per l’ultimo saluto a Tommaso Alessi, lo stimato poliziotto della Scuola di Polizia di Nettuno scomparso prematuramente a soli 55 anni, una banda di sciacalli profanava la sua casa.
Lo hanno fatto nel momento di massima vulnerabilità della famiglia: mentre le campane del Santuario di Nostra Signora delle Grazie suonavano per l’ultimo viaggio di un uomo giusto. Il rientro dalla cerimonia, per la vedova e le figlie, non è stato l’inizio del tempo del cordoglio, ma l’impatto brutale con una realtà degradata: porte scardinate, finestre divelte e il nido familiare messo a soqquadro. Uno sciacallaggio pianificato al secondo, eseguito con la fredda consapevolezza che l’abitazione sarebbe stata vuota per permettere ai congiunti di onorare un uomo che ha servito le istituzioni fino all’ultimo giorno.
Non è solo un furto di beni materiali. È una violazione dell’anima. Rubare in casa di un poliziotto di 55 anni nel giorno del suo funerale è un guanto di sfida lanciato alla società civile e a uno Stato che sembra non riuscire più a proteggere nemmeno l’intimità del dolore dei propri servitori.
L’indignazione che monta tra i colleghi e i cittadini non è solo emotiva, è una richiesta di giustizia. Le parole del cappellano, Padre Antonio Gebrael Raaidy, che ricordava la gentilezza quotidiana di Tommaso, stridono violentemente con la ferocia di chi ha atteso che il feretro entrasse in chiesa per forzare le finestre della sua abitazione.
Nettuno oggi non piange solo un uomo straordinario, un appassionato del volo e della natura, un padre e un collega esemplare strappato troppo presto ai suoi affetti. Oggi Nettuno piange la propria sicurezza violata. La famiglia Alessi, oltre al vuoto incommensurabile lasciato da Tommaso, si trova ora a dover raccogliere i cocci di una quotidianità devastata da sciacalli senza onore.
Resta l’amarezza di un Paese che accompagna i suoi cinquantenni migliori al cimitero, lasciando le loro case in balia dei lupi. Ora servono i fatti: individuare i responsabili e restituire a questa famiglia la dignità di un territorio che non si arrende all’infamia.

