“Sono passati ormai cinquant’anni dal lontano 1973, dall’inizio del terzo anno del Liceo Artistico di Latina. Dopo qualche supplenza come da inizi anni scolastici finalmente ci viene assegnato il professor Mario Lenzi, dopo alcune lezioni e discussioni si decise di approfondire la tecnica del chiaroscuro con la matita. Il professore invitò tutta la classe a portare la propria foto tessere di profilo. La foto poi venne ingrandita sul foglio da disegno con l’episcopio. Dopo qualche mese realizzammo altri disegni tratti da immagini prese da riviste e questa volta l’ingrandimento avvenne con la tecnica dei quadratini sia sulla foto che sul foglio da disegno. Dopo aver realizzato tre disegni, li portai a far vedere al professor Claudio Cintoli nel vederli rimase colpito sia dalla tecnica che dai soggetti rappresentati, continuò a darmi consigli e mi parlò di alcuni disegni che stava realizzando per un personale a Roma nella galleria Marino dal titolo “10 ritratti 1972-1974” tutti eseguiti a matita. -spiega Tommaso Andreocci– Ecco nel settembre del 1975 mi iscrissi all’Accademia di belle Arti di Roma, dopo alcuni mesi, il 2 novembre 1975 il telegiornale annunciò la morte improvvisa di Pier Paolo Pasolini. Allora diciottenne realizzai per una collettiva alla sala consiliare del Comune di Priverno un ritratto di Pasolini dietro la macchina da presa e una scultura grandezza naturale in gesso. Nel dicembre del 1977 insieme ad altri amici di Priverno, Pontinia e Sabaudia organizzammo una collettiva dal titolo “Tra grafica-fotografia e…” con presentazione in catalogo del professor Claudio Cintoli. Con l’iscrizione all’Accademia iniziano ricerche dalla tecnica ad olio, alle tecniche miste e ancora con la matita. Iniziano i lavori sui paesaggi storici della provincia di Latina con mostra finale. La ricerca del disegno continua nel tempo, nel 1988 in occasione della mostra presso la Ken Damy Photogallery di Brescia dal titolo “Foto-Grafie” e con la coincidenza dei dieci anni della morte di Claudio Cintoli (1978), allora chiesi al suo fotografo personale e amico qualche fotografia dell’opera-performance “Crisalide” del 1972; ecco nella mostra di Brescia è esposto il disegno che ritrae l’artista a testa in giù appena uscito dal sacco, insieme ad altri nove disegni.
Gli anni novanta continuano con altre mostre all’estero, a New York, Grenoble e con “Flowers e…” presso il Palazzo della Cultura di Latina con presentazione di Paolo Portoghesi, ancora un’altra mostra dal titolo “Tempomania” con la presentazione Mario Marenco. Dopo una serie di partecipazioni ad Arte Fiera Bergamo, Parma e Verona con la galleria Romberg Arte contemporanea, con disegni sull’archeologia industriale, tale ricerca si concluse nel 2010 con la personale “Cattedrali di memorie” con 24 disegni a matita e le presentazioni di Giorgio Muratore e Duccio Trombadori, alla Pinacoteca di Latina a cura di Fabio D’Achille. La ricerca sul disegno insiste con una serie di ritratti e sculture sul ventennio a Latina (le sculture di Ulderico Conti), con mostra finale allo Spazio Comel di Latina dal titolo “Ottanta” in occasione degli 80 anni di Latina. – conclude– Sempre con la tecnica del disegno continuano altre mostre a Roma alla MUEF artegallery e al Museo Crocetti, ancora a Latina al Museo Giannini con la mostra “Viandante 1818-2020″ con la presentazione del libro edito da Gangemi Editore e le presentazioni di Simone Battiato, Paolo Portoghesi, Emanuela Pulvirenti, Duccio Trombadori e Rino Caputo”.
Fedele esaminatore di cose viste, Andreocci le metabolizza in un diorama che associa nel tempo e nello spazio immagini distanti tra loro: la sua raccolta di lembi di edilizia industriale non vuole individuare località prescelte o geograficamente definite, bensì precisa la qualità di certe “tipologie” oppure “luoghi-emblema” ricavati dalla memoria fotografica. Si assiste non a caso ad un susseguirsi di vedute tirate a lucido e direttamente trascinate dal lampo di magnesio dell’istantanea. In questa rassegna archeologica (la tecnologia industriale si deposita rapidamente quale evento trapassato) le immagini si succedono come la intelaiatura di un manuale illustrativo, in cui la descrizione si misura nel dettaglio, e la cura del particolare, trapunto quasi con il fiato, diventa segno di una densità espressiva. Nulla è più lontano dal richiamo evocativo musicale e sonoro di questi “disegni parlanti” i quali misurano la realtà fino allo spasimo, in un ambiente assolutamente insonorizzato dove gli oggetti si accumulano e mettono in scena un paesaggio di mute corrispondenze visive. E si delinea un mosaico di grafie come se un aerografo mentale modellasse le intensità di segno prima ancora della loro applicazione tecnica. Titolare di un ineccepibile controllo progettuale, Tommaso Andreocci si qualifica come un visionario alla rovescia, cioè autore di figurazioni che, per non concedere spazio alla fantasia, finiscono con esaltare proprio la meraviglia del “del fin troppo vero”. La “fotografia della realtà” ricamata dalla sua matita non concede nulla alla espressione personale o alla sigla individuale nel modellare uno sfumato, o nella incisione di un contorno. L’esecuzione in superficie è completamente neutra e quasi omogenea nelle parti. Le ombre sono calibrate al centesimo, i volumi risultano da rigato millimetrico che varia gli equilibri di luce dosando il peso della grafite sulla pagina bianca. L’ostinazione oggettiva si traduce alla fine in immagini “più vere del vero”. E in in questa metodologia accurata si rispecchia anche una religione del mestiere che per Tommaso Andreocci significa inquietudine della precisione, passione sperimentale, messa alla prova della tecnica acquisita, nonché ricerca ostinata e permanente della accurata esecuzione. (Duccio Trombadori)
Andreocci utilizza la figurazione – e quindi la sua straordinaria capacità tecnica – in una direzione che è opposta al concepimento per i risultati “gradevoli” del proprio fare. Figurare, imitare, rappresentare sono per lui un modo per interrogarsi sul significato e sul valore – nel nostro mondo dominato dall’informazione e dalle immagini – di quell’istintivo e “naturale” atteggiarsi della mano per fissare nella materia il ricordo e la pregnanza della percezione visiva. Nell’era della informazione il dato percettivo, visivo o sonoro che sia, può essere “registrato” in mille modi con diversa efficacia e diverso grado di astrazione. Chi possiede l’istinto della rappresentazione e la competenza tecnica sufficiente – sembra volerci dire con le sue opere grafiche e pittoriche – deve reagire all’universo della facilità, della disponibilità immediata dei più straordinari ordigni tecnologici e applicarsi con distacco scientifico a sperimentare, a far reagire tra loro, come farebbe un chimico nel suo laboratorio, tecniche e immagini con voce sommessa, senza pretendere di raggiungere risultati definitivi. Si conferma così la complementarietà tra l’atteggiamento concettuale e la prassi figurativa.
Nei disegni a matita è la perfezione “meccanica”, l’alta definizione, la nitidezza e la forza astraente del bianco e nero che interessa il pittore e lo spingono a sfidare con i suoi mezzi artigianali il prodotto della macchina; nelle tele dipinte, al contrario, è la sparizione del contorno lineare, la “sfocatura”, il carattere indefinito e acquoso di di certe immagini fotografiche, la loro immaterialità, che stimola l’immaginazione a descrivere un mondo senza dettagli, fatto di impressioni cromatiche e di grovigli di luce. Sembra ce l’artista voglia raccontarci la natura vista da occhi diversi, occhi meno attenti ad analizzare ed a conoscere razionalmente, occhi di esseri viventi immersi però nell’equilibrio di un ecosistema.




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