Al porto si consuma l’ennesimo atto di una crisi che sembra non avere fine. I pescherecci, spina dorsale dell’economia cittadina, sono tutti a terra. In una giornata che dovrebbe essere di pieno lavoro, i motori restano spenti. Il contrasto è brutale: dentro è calmo, fuori si alzano cavalloni dalle creste bianche, pronti a travolgere chiunque osi sfidare un passaggio che oggi non esiste più.
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Il problema ha un nome preciso: insabbiamento. Quando si formano cavalloni alla punta del molo in condizioni di apparente bonaccia, il segnale è inequivocabile: il fondale è diventato troppo basso. La secca ha ridotto lo spazio di manovra a tal punto che le imbarcazioni più grandi rischiano letteralmente di “toccare” il fondo, subendo danni strutturali gravissimi.
Siamo a bordo del Pesce Volante con il capitano Lorenzo Colantuono, testimone diretto di un paradosso visivo ed economico: all’interno del bacino l’acqua è una tavola, una “bonaccia morta” che culla le imbarcazioni immobili; ma basta spostare lo sguardo di pochi metri, verso l’imboccatura, per vedere la forza del mare che frange con violenza.
“Uscire in queste condizioni significherebbe affrontare onde che ricordano più un gioco tra ragazzi con il canotto che un’operazione professionale,” spiega con amarezza il capitano Colantuono durante le sue riprese video. Ma non è un gioco. È una paralisi che colpisce l’intera filiera ittica: se le barche non escono, non c’è pescato; se non c’è pescato, i mercati restano vuoti e decine di famiglie rimangono senza reddito.
Oltre l’emergenza: serve una soluzione strutturale
Le proteste dei pescatori di Anzio, pur essendo state numerose e accese, sembrano essere cadute nel vuoto. La critica mossa dalla comunità portuale è chiara: non si può continuare a lavorare sull’urgenza. Dragare il porto ogni volta che l’emergenza diventa insostenibile è un palliativo costoso e inutile se, subito dopo, la situazione torna a ripetersi.
Ciò che serve oggi è un cambio di rotta drastico. È necessario approntare uno studio serio sulle correnti e intervenire con rimedi strutturali che impediscano alla sabbia di chiudere il porto più famoso del mondo. In questo stato di abbandono, persino lo storico Sbarco degli Alleati – che rese Anzio celebre in ogni continente – oggi sarebbe fisicamente impossibile. Il porto di Anzio non chiede solo un dragaggio, chiede dignità e un futuro che non resti incagliato su una secca. Chi risarcirà queste imprese per le giornate di lavoro perdute? La domanda resta sospesa sopra le creste bianche dei cavalloni, mentre l’alba illumina una flotta che vorrebbe solo poter prendere il largo.




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