Quale è la moneta senza conio che fa ingrassare il porco di sant’Antonio.? Questa la frase sibillina che echeggia, quasi sussurrata, tra le spoglie navate dalla Abbazia gotica di Saint Antoine, il luogo di culto più importante dell’Ordine dei canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne. Una confraternita laica a fini ospedalieri, sotto la regola di Sant’Agostino, che venne approvata da papa Urbano II nel 1095, anno del concilio di Clermont, e confermata da papa Onorio III, protettore dei monaci Cistercensi e degli ordini dei “monaci cavalieri”, con bolla papale nel 1218. Un luogo di culto particolare, situato nel sud est della Francia, nella regione del Rodano Alpi, a guardia della fede cristiana e della salute dei tanti pellegrini che, nel medioevo e per molti secoli, vi giungevano percorrendo il Cammino per Santiago di Compostela o quello verso il nord, fino a Canterbury.
Un “ordine” potente, riconosciuto da Papa Bonifacio VIII nel 1297. Un santuario importante, tanto da essere visitato da Papa Clemente VII, Giulio II, Leone X (Giovanni de Medici). Tanto da accogliere, così narrano le cronache dell’epoca, ben diecimila pellegrini italiani nel solo anno 1514. In ogni città italiana, all’ingresso dei paesi storici della nostra provincia, esisteva un convento dedicato a Sant’Antonio, gestito dai monaci Antoniani, dove venivano accolti i pellegrini e curato il “fuoco”. Cosa nasconde, nel ventunesimo secolo questa Abbazia, quali i significati ancora vivi nella tradizione più profonda della cultura europea, e non solo, che il culto di Sant’Antonio Abate (l’eremita e padre del monachesimo) vissuto nell’Egitto cristiano tra il III e il IV secolo dopo Cristo, ancora ci trasmette?
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Il culto di Sant’Antonio Abate, nell’immaginario collettivo, è legato al fuoco. Il “fuoco di Sant’Antonio – l’’herpes zoster”, che ancora oggi riempie di piaghe dolorose chi ne è colpito e che nel medioevo e fino al 1700 colpiva milioni di persone, soprattutto a causa della cattiva nutrizione. Herpes che i monaci ospedalieri “Antoniani” curavano con il grasso di maiale. Maiali dei monaci che potevano pascolare liberi nei paesi con al collo un campanello. Il “fuoco” che Sant’Antonio, aiutato dal suo fido maialino, nella tradizione Cristiana, ruba ai diavoli dell’inferno per donarlo agli uomini, che morivano di freddo. “Sant’Antonio-Prometeo” che difende gli esseri umani dal demonio e dal freddo dell’inverno;
Il “fuoco” di Sant’Antonio, quello che ancora in tante aree rurali d’Italia e d’Europa, brucia per riscaldare gli uomini e la terra. Per scacciare i demoni dell’inferno e dell’inverno e propiziare il ritorno della primavera (come i Mammuttones in Sardegna). Il fuoco che annuncia l’inizio del Carnevale e che durerà fino al giorno delle ceneri e l’inizio di quella Quaresima…che porterà alla rinascita. Il mangiare attorno al fuoco la carne di maiale (che proprio in quel periodo viene tutt’ora macellato), il ballo per scacciare i demoni e risvegliare la terra dalla prigionia dell’inverno. (Nella antica Roma a metà gennaio era usanza uccidere una scrofa e mangiarne le carni come rito propiziatorio della fertilità della terra). Quanto di tutto questo ancora permane, resiste, ancora nella memoria e nella cultura delle nostre genti? Quali sono i “diavoli” che nel 21° secolo si aggirano nell’ombra e minacciano di far restare l’umanità in un perenne inverno?
Una Abbazia gotica, storie di pellegrini, di guarigioni, di tradizioni e Ordini monastici che si perdono nel tempo…tre decessi apparentemente accidentali in un solo mese. Di quali colpe si sono macchiate le vittime. È la propria vita la “moneta senza conio” che sono stati chiamati a pagare? E per ingrassare chi? Perché per loro l’”unguento” della guarigione non è il grasso del maiale ma il sangue? Un giallo moderno e, al tempo stesso, che affonda le sue radici nella storia della nostra civiltà. Un “viaggio” in compagnia di demoni antichi e moderni, alla scoperta delle nostre tradizioni più profonde e dei mali del 21° secolo. Un “viaggio” insieme ad una giovane Sostituto Procuratore (Danielle), alla sua assistente (Annette), agli altri giudici della Procura di Grenoble, alla Gendarmeria. Un “viaggio” che ha un respiro europeo, che indaga il passato per cercare di capire i demoni che tormentano il nostro presente. P.S. Se di notte, nel dormiveglia, vi sembra di sentire uno scampanellio…tranquilli, sono i monaci di Sant’Antonio che, con il loro maialino con il campanello al collo, vi cercano. Per quale motivo? …bé, questo solo voi lo sapete… .
Domenica 1° dicembre 2024, a partire dalle ore 17, la Sala Conferenze del Consorzio Industriale del Lazio, in via Carrara 12 a Latina Scalo/Tre Ponti, ospiterà un evento intitolato “Il Racconto, la Musica, il Canto: La ricchezza del patrimonio culturale Lepino e Pontino” . La serata si aprirà con un momento speciale: la prima presentazione del libro “Sant’Antonio e il Diavolo – Il nostro unguento è la Morte” , scritto da Antonio Scarsella e pubblicato da Atile Edizioni. A rendere ancora più suggestiva l’atmosfera ci sarà un accompagnamento musicale. Il pubblico potrà godere delle note del pianoforte suonato da Antonella Moles, docente del Conservatorio di Perugia, delle splendide liriche eseguite dal soprano Dragana Spasic Moles e delle melodie del violino di Lukas Hoti.
Durante l’evento, alcuni protagonisti interverranno per condividere riflessioni e approfondimenti. Tra loro, Quirino Briganti, Presidente della Compagnia dei Lepini, Piero Cascioli dell’Associazione Artisti Lepini e direttore della Collana di Storia e Cultura Lepina, Eros Ciotti dell’Associazione Metropolis, Alfredo Severino della Compagnia Esperienza Teatro ed Elita Di Girolamo, rappresentante di Atile Edizioni. Uno dei momenti più attesi sarà la consegna del Premio Biennale Letterario dei Monti Lepini, giunto all’edizione 2024. Il riconoscimento per il primo classificato nella categoria “Narrativa Inedita” sarà assegnato a Paola Cacciotti. Durante la premiazione verranno conferiti anche riconoscimenti speciali ad Alessandra Corvi e ai giovani autori del territorio, tra cui Riccardo Bianconi, Denis Risi e Matteo Vetica, testimonianza del grande fermento letterario della zona. L’ingresso è libero e l’invito è rivolto a tutti.


