PONTINIA, il sindacato risponde all’azienda: “Lavoratori chiedono dignità”

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Botta e risposta tra lavoratori e vertici dell’azienda Cuki di Pontinia. I dipendenti hanno iniziato giovedì scorso uno sciopero ad oltranza per ottenere migliori condizioni di lavoro e la società aveva risposto duramente. Non si sono fatte attendere le spiegazioni del sindacato che ha indetto lo sciopero, la Uiltec Latina.

“Premetto – inizia così la nota del segretario Luigi Cavallodi non voler polemizzare rispetto ai toni sarcastici utilizzati dall’azienda, poiché l’obiettivo dei lavoratori Cuki e della Uiltec che li rappresenta è solo quello di ottenere migliori condizioni di lavoro. Non intendo perciò gettare altra benzina sul fuoco, che complicherebbe ancora di più la possibilità di riaprire un confronto.

Per evitare, però, che qualcuno possa pensare che i lavoratori della Cuki siano una manica di fannulloni e che la Uiltec sia un sindacato di pazzi estremisti (come sembrerebbe dal comunicato aziendale), voglio chiarire e precisare alcune cose. Del problema delle condizioni di lavoro dentro la fabbrica di Pontinia ne discutiamo da circa 5 anni. Avremmo potuto richiedere verifiche da parte dell’Ispettorato del lavoro e della Asl. Non lo abbiamo fatto (finora), perché prediligiamo il confronto ed il dialogo, nonostante la direzione aziendale non ci abbia mai dato risposte soddisfacenti”.

Parla poi della verifica su turni e fatiche all’interno della fabbrica: “E’ vero che un paio di anni fa è stata incaricata dalla Cuki una società di rilevazione di “tempi e metodi” e che la relazione prodotta da questa società attestava che i lavoratori non vedevano saturato il loro orario di lavoro (cioè lavoravano tranquilli e beati e, anzi, gli avanzava pure del tempo libero). E’ anche vero però, che su nostra richiesta, incontravamo insieme alla Direzione Cuki il responsabile di questa società il quale, alla nostra precisa domanda su quali criteri e parametri avessero utilizzato, rispondeva testualmente “di non averne la più pallida idea”! Tant’è che la Cuki fu anche costretta a scusarsi per la figuraccia, accantonando definitivamente quello studio così poco attendibile”.

Poi entra nel merito delle condizioni lavorative: “Non mi risulta affatto che i ritmi di lavoro siano nella media delle aziende del settore: nella mia ventennale esperienza sindacale di fabbriche ne ho viste tante. Non ho mai visto altre aziende dove le postazioni di lavoro siano accessibili salendo e scendendo gradini in modo tale che l’operatore, oltre a tutte le attività propriamente lavorative che deve svolgere, debba anche camminare per alcuni chilometri e salire/scendere centinaia di gradini in ogni turno di lavoro, a prescindere da sesso, età e condizioni fisiche.

Sappiamo bene che fa caldo in tutta Italia, abbiamo semplicemente sottolineato che lo stress al quale sono sottoposti i lavoratori si aggrava durante il periodo estivo, dato che la fabbrica non è climatizzata e che i cosiddetti “raffrescatori”, la cui installazione non è ancora completata, non risolvono affatto il problema, essendo semplicemente un palliativo”.

“I lavoratori hanno deciso in assemblea, democraticamente, a stragrande maggioranza, di iniziare le agitazioni. La loro insoddisfazione è divenuta esasperazione perché, dopo le aperture fatte dall’amministratore delegato a gennaio 2020, nell’incontro del 15 luglio l’azienda ha fatto una retromarcia completa, decidendo di non accogliere nessuna delle richieste avanzate dalla RSU e dal Sindacato, richieste peraltro molto moderate e senza costi aggiuntivi per l’impresa.

Sappiamo molto bene che con il ciclo continuo si guadagna di più perché viene compensato il disagio di lavorare di sabato, domenica e nei festivi. Ma è anche vero che in questo stabilimento sono vent’anni che si lavora a ciclo continuo, per cui i lavoratori hanno adattato il proprio stile di vita al salario derivante da quelle turnazioni, e che l’annuncio a bruciapelo fatto dall’azienda il 15 luglio, di passare ad una turnazione lunedì/venerdì ha ulteriormente esasperato i toni. Tra l’altro questa decisione pone anche degli interrogativi sulle reali intenzioni della proprietà sul futuro dello stabilimento.

In questi giorni molto difficili i lavoratori e le lavoratrici dello stabilimento stanno portando avanti una protesta pacifica e democratica, e se la stanno pagando di tasca propria, rinunciando al salario! Le parole che sento risuonare più spesso al presidio davanti ai cancelli della fabbrica sono: dignità e rispetto. Ecco cosa si aspettano le maestranze dal loro datore di lavoro! Altro che scansafatiche…”

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