“Quando nella pianura setina gli ettari coltivati a carciofo erano migliaia, i coltivatori erano soliti trascorrere le notti nelle capanne per sorvegliare il raccolto e impedirne i furti. Oggi che la superficie dedicata alla coltivazione dei carciofi si è drasticamente ridotta, l’usanza di dormire accanto ai carciofi si è persa, quella di rubarli no, con tutti i suoi risvolti negativi”.
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A lanciare l’allarme è Vittorio Del Duca, imprenditore agricolo che per diversi anni è stato presidente della locale sezione di Coldiretti e che in una nota ha spiegato come la coltivazione del carciofo, negli anni, abbia subito una contrazione irreversibile e subire furti del genere non fa che infliggere colpi durissimi a quei pochi agricoltori che mantengono ancora viva la tradizione di coltivare un prodotto di eccellenza, conservandone la biodiversità.
E’ il caso dell’azienda storica del Comune di Sezze di proprietà dello stesso Vittorio Del Duca, che nel corso della corrente campagna di raccolta, funestata dalle conseguenze commerciali del coronavirus, ne ha subito il furto per ben tre volte, tutti denunciati alle autorità di pubblica sicurezza.
“Se coltivi un paio di ettari a carciofi – dice Vittorio Del Duca – devi considerare che mezzo ettaro lo devi coltivare per i ladri”. Ladri che, secondo Del Duca, stante il blocco ed i controlli della circolazione imposta dal coronavirus non possono provenire da lontano ma è assai probabile siano delle immediate vicinanze. I furti avvengono durante la notte, tra la sera e l’alba e chi ruba non va molto per il sottile; insieme al frutto danneggia spesso anche la pianta, impedendole di portare ulteriori frutti, perché non fa un taglio professionale ma, come si dice in gergo, “scapoccia” e non guarda dove mette le mani.




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