Fuori piove. Incontro Giorgia Luccone per parlare di musica e di un Ep dal titolo “Intro”, composto da cinque brani, che una volta ascoltati hanno reso questa chiacchierata doverosa. Perché si tratta del suo Ep e della sua musica. Ventotto anni il prossimo settembre, una laurea in economia e marketing, sguardo riflessivo e profondo e una testa grande così. Giorgia é un’amica da anni, ma stavolta ascolterò le sue parole con l’ammirazione e la curiosità che si devono a un artista, giovane sì e ancora alla ricerca della quadratura del cerchio. La furia, quella che divampa in passione, c’é e si sente. Si tocca quasi con mano. Quando il nostro incontro inizia, piove ancora, ma fuori c’é silenzio. «Questo ep si intitola “Intro”, per due motivazioni: é l’introduzione di me stessa sul panorama musicale come autrice. Penso che non serva a nulla approcciarsi alla scrittura musicale senza consapevolezza, e io quando mi sono sentita pronta ho iniziato ad analizzare me stessa e l’ambiente che mi circonda in un’infinita fase introspettiva, quindi ho naturalmente compiuto il passaggio da semplice interprete ad autrice. Voglio scrivere soprattutto di me stessa e interrogarmi e trovo coraggio nel pensiero che la musica é per me una forma d’arte di condivisione di base: per questo adoro coinvolgere i miei collaboratori in ciò che sto creando, anche per portarli nel mio mondo. Il seocondo motivo, essendo questo un disco introspettivo, si riferisce a questo gioco di parole voluto. La sincerità nella musica per me é fondamentale. Lo é stato nell’interpretazione e lo é ancor di più nella scrittura». Pian piano la voce di Giorgia si assottiglia, si sincronizza con il suo respiro lento, mentre concede la verità al registratore muto. Non c’é spazio per alcuna formalità: un artista sa quando e come svelare l’inganno, sa mettere a nudo se stesso per chi ascolta, impossibilitato ad arginare il fiume in piena di emozioni covate e custodite con fatica. E l’artista le riversa nella creazione, unica salvezza dai timori figli del tempo e di giorni incerti. La musica, per fortuna, é al centro di tutto e ci salva la vita. «La musica per me é un pò l’anima delle cose. Non é che semplicemente mi aiuta o fa uscire fuori ciò che provo e converto in musica, piuttosto é l’unica cosa che nella vita sento dentro di me: é la mia anima. La musica é utile anche per il suo valore terapeutico: si ascolta perché si ha voglia di ricercare una sensazione o condividerla o farla uscire fuori, darle corpo e voce. La musica per me è una croce, un tormento, perché se penso alla mia esistenza e all’ossessione di voler fare musica, ecco che si eleva al di sopra di ogni altra cosa. Senza di essa morirei, ne faccio una questione di identità. É un tornemto perché senza di essa avrei avuto ambizioni diverse e, forse, ma non posso nemmeno darlo per certo, a quest’ora mi sentirei più realizzata. Ma non sarebbe il mondo che vorrei. E così ogni volta che provo a fare qualcosa di diverso che mi porta via tempo, mi sento persa, perché è la musica che mi tiene viva. Quando la assecondo, invece, mi sento sincera e trovo il centro del mio perdono». La musica come svelamento dell’idendità, il linguaggio dell’anima che prende corpo e ricerca il mondo esterno per riempirlo. Giorgia sceglie ogni singola parola con accuratezza, non si nasconde e cambia tonalità quando sente di dover dare il giusto peso al senso delle proprie emozioni. Ognuno di noi prende in prestito dal mondo qualcosa che ritiene affine a sé, parole o suoni o immagini che riescono a pizzicare la corda dell’anima. É in quel momento che la musica prende il sopravvento, diventa necessità e in essa noi ripariamo. E l’artista crea. «Il modo in cui ho vissuto la mia vita si basa su un dualismo tra quello che sento dentro e che soffoco e quello che sta fuori, che interagisce con il mio corpo. Purtroppo o per fortuna chi fa questo mestiere sa che si tende a sporcarsi il più possibile con tutta una serie di cose e situazioni per niente piacevoli, a un prezzo emotivamente alto. “Rosso” – la traccia d’apertura dell’ep – parla di sesso e delle sensazioni che il corpo recepisce durante l’atto o di ciò di cui si pensa si abbia bisogno, anche se in quel momento si prova tutt’altro. Questo senso di precarietà, questo dualismo che alimenta una scelta difficile, ma necessaria tra ciò che davvero occorre e ciò che per me é vitale é il fil rouge che collega tutti i brani del disco. Tuttavia in queste canzoni non c’é alcuna mia richiesta d’aiuto, ma solo il mio urlo. Mi ispiro e mi ispira la musica dei Radiohead, di PJ Harvej, di Bjork, dei Garbage e dei Placebo; ripenso alla vita di Kurt Cobain e a alla furia emotiva di Jim Morrison e capisco che ognuno porta la sua croce e la musica é necessaria per urlare me stessa al mondo. Ci rimugino sopra, mi ci ossessiono, ma non miro a raggiungere la perfezione, perché non sono perfetta, né mi interessa esserlo. La mia voce non é fatta per cantare, ma per urlare». “Intro” non avrebbe mai visto la luce senza coloro che hanno supportato Giorgia passo dopo passo, dando forma e consistenza a un’idea e alle melodie. La musica necessita di essere condivisa, per poi essere recepita. É una lavorazione complessa, che ti corrode, ti rapisce, affolla la mente e appesantisce il petto, prima di svuotarlo. Così la condivisione si trasforma in creazione e poi ancora in condivisione. «“Rosso”, così come l’intero disco, é una pre-produzione. É stata una scelta voluta, una scelta di gusto, perché avevo intenzione di realizzare un disco punk-rock, in cui condensare tutti i miei punti di riferimento. A Marco Fanella – tutta sua la produzione artistica – ho sottoposto l’ascolto di questi artisti, per poi avere un punto di riferimento per gli arrangiamenti a cui si é dedicato. Non abbiamo mai utilizzato auto-tune e nessun c’é alcun tentativo di correggere eventuali errori: é un disco sincero, perché era quello che mi interessava fare. Per la stesura dei testi mi ispiro molto al lavoro di Thom Yorke. Per quanto riguarda il sound, c’é sempre una presenza di contaminazioni, ma credo dipenda dallo stato d’animo che si avverte nel momento in cui si scrive, anche perché le contaminazioni sono tutto intorno a noi. É il testo la parte più importante e la melodia che esso sprigiona, per questo mi ci arrovello, anche sul più piccolo cambiamento o dettaglio. Le canzoni le ho scritte tutte io, sia i testi, che le linee melodiche vocali; Marco Fanella mi ha dato un gran supporto con gli arrangiamenti. Il sound strizza l’occhio al punk-rock, con qualche innesto di synth, soprattutto in “Portami distante”, che serpeggia notevolmente verso un concetto di musica più elettronica. Il basso é suonato da Antonio La Chioma, mentre agli altri strumenti ha pensato sempre Marco Fanella. Ringrazio Vincenzo, il mio fidanzato, perché la sua mente creativa nel lavoro di coreografo e regista mi ha dato l’impulso di cercare la mia strada e per l’opportunità che mi ha dato di stare dentro i suoi spettacoli teatrali». Il tempo scorre via in fretta, ma né io, né Giorgia ci facciamo caso. Fuori s’é fatto buio e non piove più. Resto assorto, rilassato. La voce di Giorgia mi tiene compagnia ancora per qualche minuto, prima di spegnere il registratore. Non siede più con la schiena dritta, immobile sul bordo del divano, adesso mi racconta di sè e della sua musica comodamente seduta contro lo schienale. Come svuotata e felice. «A oggi non immagino qualcosa di diverso dai testi che ho scritto: questi pezzi per me sono la scelta giusta per quella che é stata la mia vita e che é ora; di conseguenza potrebbe rivelarsi un disco poco aggregante, perché non si riferisce ad aspetti comuni, argomenti percepibili dalla massa, quali sono i nostri problemi generazionali o anche amorosi. Ecco, il lunguaggio usato in questo disco non é aggregante, forse perchè é un disco autoreferenziale e anche un pò egocentrico; é un disco che ho fatto per me stessa e per nessun altro, dal quale non mi aspettavo nulla, con un singolo fatto uscire senza una giusta campagna promozionale e per una laureata in marketing é davvero assurdo… però l’ho fatto anche d’impulso, d’istinto, come continuerò a fare nel mio percorso musciale a venire. Ricordo che il momento più brutto l’ho passato durante una prova di “Portami distante”, quando non riuscivo a far capire a Marco Fanella quale suono sentissi dentro di me e, non potendolo spiegare con lo strumento, non riuscivamo a capirci. Ho pianto per la frustrazione. Poi, insistendo, siamo riusciti a sintonizzarci e quando ci ripenso sorrido, perché questa é anche la canzone a cui tengo di più. Il momento più bello é quando ho riascoltato per la prima volta i pezzi finiti in sequenza, come se fosse il disco di qualcun altro. Ho pensato: «La mia musica…é tutto vero».

Stefano Colagiovanni